Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Parallelismi-

Mi arrovello da qualche tempo sul come e sul perché un amore possa mutarsi in astio ed in rancore; una gioia in dolore, indifferenza, in dispetto, quando, improvviso, mi balena in mente un brano d’una poesia di Gozzano. Forse non il più adatto a risollevarmi il morale, lui che fu definito decadente. Ma le associazioni della mente sono spontanee e dunque non controllabili.  E dunque ripeto a mezza voce, in questa stanza muta, mentre ancor fuori è buio, brani di quella poesia dedicata ad una antica Cocotte:

Il mio sogno è nutrito d’abbandono,

di rimpianto. Non amo le rose

che non colsi. Non amo le cose

che potevano essere e non sono

state … Vedo la casa, ecco le rose

del bel giardino di vent’anni or sono.

Ed anche il mio rimpianto riguarda fatti di vent’anni fa. Un sogno, un amore giunto già tardi, quando più non credevo poter sentire l’animo in fiamme, come negli anni ardenti della gioventù. Un amore più forte, più violento di quelli eroici della gioventù. Invece una luce apparve accecante su quello che sembrava essere l’inizio d’un crepuscolo. La fine d’una vita trascorsa a rintuzzare i colpi della sorte; a cadere e a rialzarmi con quella disperata voglia di vivere che credevo esaurita.

Invece eccomi preso, abbagliato in un sogno inatteso. Oggi invece mi ritrovo a rimpiangere quel che accadde tanti anni fa. Un amore di cui ancora sento il profumo, a quel tempo vivificante come un balsamo misterioso. E mi chiedo se meglio non fosse stato se a quel sogno mi fossi negato. Se avessi respinto quell’allettamento tardivo, d’una sorte beffarda. L’avessi fatto avrei archiviato quell’allettamento tra le cose che potevano essere e non sono state, come quelle cui allude il poeta. Invece il sogno era, ai miei occhi troppo seducente, ed ancora troppa era in me la voglia di vivere.

L’occasione sembrava giunta a stendere il velo dell’oblio sulle vecchie ferite, quella di vivere un’ultima stagione e riconciliarmi infine con la vita. Ma i sogni altro non sono che sogni, un’illusione di cui l’esperienza dovrebbe insegnarci a diffidare. Bisognerebbe imparare col tempo ad assumere una certa dose di cinismo? Ma io penso che mai ci si possa negare il piacere del sogno. Quello di lasciarsi trasportare sopra le nuvole, lontano dalla realtà che ci avvilisce. Lasciarsi infine semplicemente e solamente vivere in un altrove magico. Quale che sia l’età. Quest’ultima, infatti, è un puro accidente che riguarda il fisico; l’anima no, essa rimane sempre uguale a se stessa e dunque eternamente fanciulla.

Così dunque accettai quell’amore e sognai. Sognai un sogno che ancora mi seduce. Non è dato a tutti sognare così intensamente. E questa notte, dunque, in questo silenzio, quella sottile malinconia dei versi del poeta mi hanno spinto a decidere che neanche oggi è tempo di rinuncia. Occorre ribellarsi a ciò che ci appare inesorabile, ribellarsi al destino.

Quell’amore che ancora mi accora non può morire come le rose non colte del poeta. Anzi, esso rinascerà e dalle lacrime del mio rimpianto trarrà nuova linfa. Lo tratterrò sul limitare dell’oblio con la mia volontà rinnovata. Lo terrò in vita, poiché esso non è cosa mortale. Un sentimento non muore, il sogno non muore, anzi, ci mantiene in vita. E questo nuovo proposito affronterà la luce dell’alba e non svanirà. E come nei versi rivedo il me stesso di vent’anni or sono ed a quel sogno dico, con le parole di Gozzano:

Vieni! Sarà come se a me per mano

Tu riportassi il me stesso di allora.

 

 

 

 

 

 

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