Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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-Pioggia nella via Toledo di fine ‘800- 

Se vi trovaste a percorrere via Toledo, nel tratto finale, guardando alla vostra sinistra, a circa trecento metri prima di piazza San Ferdinando, il vostro sguardo cadrebbe su un palazzo, antica dimora nobiliare. Ad attrarre il vostro sguardo sarebbe prima di tutto il sontuoso portale con stemmi araldici con cui Cosimo Fanzago impreziosì l’edificio da lui progettato.

Si tratta di Palazzo Zevaglios di Stigliano, fatto edificare nella prima metà del Seicento dai Zevaglios duchi di Ostuni. Passato poi al mercante fiammingo Jean van den Eynden ed infine, nel XVII secolo ai Colonna di Stigliano. Alla fine dell’Ottocento fu acquistato dalla Banca Commerciale Italiana che ne fece la sua sede di Napoli. A partire dal 2007 l’edificio è stato riconvertito e trasformato in una delle tre gallerie d’arte appartenenti al gruppo bancario col nome di Gallerie d’Italia.

La visita alla galleria è un’esperienza suggestiva sia per l’edificio che la ospita che per la qualità delle opere della collezione. Esse sono esposte nelle sale del piano nobile e sono ordinate secondo un ordine cronologico. Si va dal Seicento napoletano a quelle dell’Ottocento dei pittori della scuola di Posillipo e di Resina, per arrivare alle sculture e ai disegni a carboncino di Vincenzo Gemito, eseguite a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Tra le opere più importanti custodite nella galleria vi è l’ultimo dipinto del Caravaggio, il famoso “Martirio di Sant’Orsola” del 1610.

Tempo fa anch’io ci sono stato in quelle sale ed il ricordo più vivo che conservo di quella visita è legato ad un dipinto che ritrae una via Toledo di fine Ottocento, in una giornata di pioggia. Il quadro è straordinario e vi predominano colori scuri, dall’ocra al grigio. Le pennellate sono luminose e danno l’impressione dell’aria aperta, conferendo al dipinto un respiro di vitalità che conquista al primo sguardo. La scena ritrae uno scorcio di via Toledo, quello subito dopo piazza Carità. Sulla sinistra si intravede infatti la facciata della chiesa di San Nicola. Il basolato della via e dei marciapiedi è lucido a causa di una pioggerella sottile che viene giù dal cielo.

In primo piano si scorgono due figure femminili con le gonne lunghe, secondo la moda del tempo. L’abito della prima è di un blu scuro, quello dell’altra è amaranto. La donna di sinistra regge un ombrellino adagiato graziosamente su una spalla, lasciando scoperto il capo, adorno di un cappellino alla moda di Parigi. La donna di destra ha in mano invece un ombrellino chiuso, incurante delle gocce di pioggia. Dietro queste figure una popolana ed un uomo che reca con la destra un ombrello verde chiuso e nella sinistra un grosso pacco.  In primo piano, sulla sinistra da un piccolo chiosco fuoriescono dei fiori bianchi e azzurri che danno profondità alla scena e le danno calore, nonostante che il cielo in alto sia ingombro di nubi che costituiscono il centro della scena. Ai lati due file di palazzi che vanno a congiungersi in fondo, là dove la strada forma una curva prima di finire in piazza Dante. Al centro della scena una carrozza tirata da due bellissimi cavalli neri le cui redini sono tenute da un cocchiere che indossa un impermeabile di color crema. In giro tante persone intente a guardare nelle vetrine dei negozi.

Insomma un quadro traboccante di vita che, dicono, sia tra i più belli tra quelli di Carlo Brancaccio, che è stato, secondo i manuali di Storia dell’Arte, tra i maggiori impressionisti napoletani dell’Ottocento. Da ragazzo fu indirizzato dalla famiglia a studi scientifici, ma egli nutriva dentro una grande passione per l’arte. Fu amico e pupillo di Eduardo Dalbono, che era stato, a sua volta, allievo di Domenico Morelli e di Nicola Palizzi.

Brancaccio nacque pochi mesi dopo la fine del Regno delle Due Sicilie, il 16 marzo 1861. Ancor giovanissimo espose in una mostra a Milano. Successivamente una sua opera, dal titolo “Strade di Amalfi” fu acquistata dal re Umberto I. Un’altra intitolata “Ore tristi”, finì nella collezione dello zar di Russia. Ebbe modo poi di esporre a Roma, Venezia, Berlino, Londra, Parigi ed in Argentina. Le sue opere furono conosciute dunque in tutto il mondo e sono entrate a far parte delle più importanti collezioni mondiali.

Esse hanno tutte il tratto dell’impressionismo puro, sebbene descrivano in modo minuzioso, strade, paesaggi vie e persone che popolano i paesaggi.

Agostino Comanducci nel suo “Dizionario dei pittori e incisori italiani moderni”, edito nel 1962 scrisse di lui:

L’impronta della scuola napoletana è ben visibile nelle sue prime espressioni, anche se in seguito, i suoi numerosi soggiorni parigini, lo indirizzano verso una pennellata impressionista. I colori brillanti e il fare libero e sciolto della pittura en plein air lo caratterizzano per tutta la carriera.”

Si può affermare che l’opera di Brancaccio sia un motivo in più a spingere per una visita della galleria d’arte di palazzo Zevaglios, nella affascinante via Toledo di Napoli.

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