Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Odalische a Resina – di Giuseppe Esposito-

Per la cittadina di Resina il XIX secolo si chiuse in maniera romantica grazie ad una storia d’amore che andremo a raccontarvi e legata alla presenza sul luogo di un pascià orientale. Praticamente una favola da “Mille e una notte”. Avvenne nel 1879, che Ismail Pascià Kedivé d’Egitto fosse stato costretto ad abbandonare la sua carica e ad andare in esilio. Il pascià scelse di trascorrere l’esilio in Italia e precisamente a Napoli. Città che attirava, allora come oggi, numerosi stranieri. Imbarcatosi sul suo panfilo Marhusse con tutto il suo seguito fu ospitato prima a Napoli in un edificio posto alla Riviera di Chiaia 9, poi in una villa a Posillipo fatta adattare alle sue esigenze dal principe Tommaso di Savoia. Infine ricevette l’offerta dal presidente del consiglio, Benedetto Cairoli, di alloggiare alla villa posta sul miglio d’oro, La Favorita che era già stata di proprietà del re di Napoli Ferdinando IV.

L’arrivo della piccola corte orientale suscitò naturalmente grandissima curiosità fra tutti gli abitanti del luogo, che si recavano a spiare la villa nella speranza di gettare un’occhiata sugli inconsueti ospiti e sui loro costumi. Si favoleggiava a proposito dell’harem del pascià sul numero delle mogli, ma la realtà era molto più modesta. Ismail Pascià aveva solo tre mogli e non il numero enorme che la fantasia popolare gli attribuiva.

I rapporti tra la corte di Ismail e i cittadini di Resina erano praticamente inesistenti. Solo quando occorreva fare qualche lavoro di manutenzione erano chiamati operai del posto, sorvegliati a vista di enormi guardie armate di scimitarre. Ma si sa come son fatti napoletani e quegli operai invece di sentirsi intimoriti dalle guardie turche se ne ridevano. Alcuni di essi anzi riuscirono ad apprendere delle male parole turche con cui rispondevano ai richiami all’ordine dei burberi guardiani e quelli ne restavano meravigliatissimi, abituati com’erano a ben altro rispetto nel proprio paese da pare di semplici operai.

Tra le odalische dell’harem di Ismail ve ne erano due molto belle e giovani, che più delle altre soffrivano la reclusione e la mancanza di libertà. Milka e Severnisia erano i loro nomi ed esse presero l’abitudine, al tramonto, di eludere la sorveglianza e recarsi sulla terrazza della villa ad ammirare il panorama circostante ed il cielo sopra di loro, mentre la mente andava, probabilmente alla propria casa ed al loro paese.

Ma quella presenza sul terrazzo della favorita non passò inosservata e poco tempo dopo, due giovani cominciarono a volgere i loro sguardi, dalla terrazza della vicina villa Campolieto verso le due giovani e bellissime donne orientali.

Infine i loro sguardi si intrecciarono e dopo qualche tempo nacque un reciproco sentimento che preludeva all’innamoramento. Le comunicazioni tra i giovani  erano  difficili ma una sera, la più intraprendente delle due odalische, Severnisia, scrisse un biglietto e, avvoltolo attorno ad un sasso, lo scagliò nel giardino di Villa Campolieto. Immediatamente i due giovani che erano un ingegnere ed un avvocato si precipitarono a raccogliere la missiva, ma, essendo scritta, in turco, non poterono decifrarla.

Osarono, allora,  correre il rischio di rivolgersi all’interprete ufficiale del pascià, che era un italiano, certo Giuseppe Borel perché gli traducesse il testo della missiva. Per fortuna il Borel prese subito parte per i due innamorati e gli tradusse il biglietto di Severnisia, in cui le due ragazze dichiaravano i loro sentimenti ed incoraggiavano i due italiani. Inoltre Borel scrisse anche la risposta che fu inviata con lo stesso mezzo. Iniziò così uno scambio epistolare per via aerea e il sentimento di quei giovani innamorati si infiammava sempre più, spingendoli a cercare di elaborare piani per la liberazione delle due giovani.

Ora ognuno sa che “Amor omnia vincit” ed, anche in quel caso, l’antico detto non fu smentito. L’occasione per la fuga dalla villa delle due odalische si presentò una sera durante i festeggiamenti per la fine del Ramadan. La villa era piena di gente, in ogni dove risuonavano dolci melodie orientali e nessuno degli abitanti della Favorita voleva perdere l’occasione per divertirsi. Nella baraonda generale le due ragazze si travestirono da uomo  e si diressero verso l’uscita. Purtroppo Milka fu fermata e solo Severnisia riuscì a varcare il portone ed a rifugiarsi a villa Campolieto.

Il mattino dopo, avvertito della scomparsa della sua odalisca Isma, il Pascià fece la voce grossa con le autorità locali pretendendo la restituzione della ragazza. Il giovane avvocato, che era innamorato della ragazza prese la sua difesa ed affermò la sua intenzione di sposarla. Ed il governo italiano appoggiò il sogno dei due giovani innamorati. Severnisia prese allora a frequentare l’Istituto Orientale di Napoli per apprendere la lingua italiana. Nel frattempo si convertì e fu battezzata adottando i nomi di Libera Immacolata Aida.

Qualche tempo dopo l’unione il matrimonio fu celebrato, in mezzo ad una folla plaudente, dal sindaco della cittadina, il commendator Alessandro Rossi, che pose il sigillo alla eccezionale storia d’amore. Una favola moderna che aveva come protagonisti dei personaggi reali, ma che fece sognare per lungo tempo tutti gli abitanti di Resina.

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