Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Il centro antico di Napoli attraverso lo sguardo di don Benedetto-

Chi di noi non serba in fondo al cuore il ricordo ed il rimpianto della casa in cui trascorse la propria infanzia? E chi non vi tornerebbe volentieri alla ricerca del se stesso fanciullo? Purtroppo non sempre è possibile, ma ci si torna spesso col pensiero, tra quelle mura in cui si è stati felici e tra cui ci si sentiva protetti. Il rapporto con la propria casa è importante e spesso sottovalutato. Mi piace riportare qui di seguito un brano del nostro Benedetto Croce sulla sua casa di palazzo Filomarino a Napoli, casa in cui andò ad abitare nel 1886 ed in cui visse fino alla sua morte, avvenuta nel novembre 1952. Ecco cosa scriveva il filosofo nel primo capitolo del suo “Storie e leggende napoletane.”

Quando, levandomi dal tavolino mi affaccio al balcone della mi stanza di studio, l’occhio scorre sulle vetuste fabbriche che l’una incontro all’altra sorgono all’incrocio della via Trinità Maggiore con quelle di San Sebastiano e Santa Chiara. Mi grandeggia innanzi, a destra, e mi pare di poterlo toccare con mano, il campanile di santa Chiara, che sull’alto basamento di travertino, fasciato dalle iscrizioni dedicatorie in lettera gotica di re Roberto d’Angiò e della regina Sancia di Maiorca, innalza i suoi tre piani, dai decorosi finestroni in stile romanzo, dorico e ionico; dall’ultimo dei quali si sprigionano le volate d’accordo, a distesa e a rintocco delle cinque ben sonanti campane fuse nel Seicento.

Di là dal campanile, mi si profila, come in una fuga, il muro merlato dell’immenso monastero, che la vita moderna ha assediato, finora indarno, delle sue cupide brame e dove persistono alcune poche suore vecchissime dai nomi aristocratici, ultime rappresentanti delle trecento della più altera nobiltà napoletana che soleva accogliere, ai tempi del suo massimo splendore. Anche dinanzi, a sinistra, è un caseggiato formatosi nel secolo scorso, sulla cinta dell’abolito monastero di San Francesco delle Monache, del quale rimane la chiesa sulla via di santa Chiara, e alle spalle di esso, si nasconde la casa che fu già del poeta Bernardino Rota.

Dall’altra banda, a destra, domino il tetto a embrici, che la primavera ha ricoperto di erba e fiori, e il rozzo campaniletto dalla stridula campanella, dell’umile Santa Marta, che serba la sua porta durazzesca ad arco depresso e fa corpo con l’isola dai molteplici edifizi di San Sebastiano e del Gesù, dove dimorarono, si consigliarono ed insegnarono i gesuiti fino al 1860.

E il palazzo dal cui balcone io guardo, e che spiega sulla via della Trinità Maggiore un colossale portone a bugne, è quello che appartenne fino ad una ottantina d’anni addietro alla famiglia Filomarino, principi della Rocca e mostra ancora lo stemma dei Filomarino a una delle arcate del cortile ampio come una piazza.

È dolce sentirsi chiusi nel grembo di queste vecchie fabbriche, vigilati e tutelati dai loro sembianti familiari; quasi come il ritrovarsi nella casa ove vivemmo la nostra infanzia e venirvi riconoscendo gli oggetti che primi svegliarono la nostra meraviglia e ci mossero a fanciullesche immaginazione, e rimirarvi i severi ritratti dei morti che ci incussero, un tempo, rispetto e paura.

Si sta meglio o peggio sulle larghe strade e nelle ben disposte case moderne?

Questa disputa, che si suol credere affatto propria ai giorni nostri, risale invece a tempi molto remoti; se già quando Nerone rifece Roma geometrica, bianca e luminosa, aprendo strade e piazze e moderando l’altezza degli edifizi, vi erano, al dire di Tacito, coloro che pensavano che “veterem illam formam salubritati magis conduxisse” e la “altitudo tectorum” difendeva megliodagli ardenti vapori del sole e procurava ombra assai grata. Ma qull’”umbra”  che gli antichi romani, afflitti pel mutato aspetto della loro città lodavano e rimpiangevano, e che andiamo lodando e così spesso rimpiangendo ora noi, era rifugio ai corpi soltanto, o non più ancora alle anime?”

 

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