Il racconto della domenica di Giuseppe Esposito

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Mia madre-

Lungo è il tempo lasciato alle spalle, ma le abitudini son dure a morire. Come quella, ad esempio, di levarmi dal letto molto prima del sorgere del sole. Abitudine antica che aveva in altro tempo una sua ragione. Oggi, invece, che non ci sono più impegni da onorare, né v’è più la fabbrica col suo coacervo di problemi, spesso difficili da risolvere, ma che mi facevano sentir vivo ed utile ad uno scopo; parte di un organismo vivente quale è un uno stabilimento di produzione.

Oggi, dunque, nullaTutti gli articoli mi attende, e tuttavia io seguito ad alzarmi dal letto in ore antelucane. M’aggiro per la casa buia e muta e nemmeno dalla strada giunge alcun rumore. Soprattutto in questi giorni in cui a riempire la solitudine v’è la paura. Paura di un morbo sconosciuto e terribile. Un morbo che miete più vittime d’una guerra ed a cui nessuno sa, ancora come porre rimedio. Allora dopo aver peregrinato per le stanze, ormai vuote, seggo al mio tavolo e cerco di fissar sulla carta, pensieri, impressioni, talvolta sogni. Un modo per riempire il vuoto in cui sono scivolato. Talvolta chino il capo e gli occhi mi si chiudono, ma è per poco. Poi un sussulto ed ecco il risveglio. E con esso la domanda se quelle immagini che continuano a vagare nella mia testa siano sogni oppure realtà. Ma in fondo, mi dico, poi, cosa importa? Sceverare il sogno dalla realtà è un esercizio inutile. La realtà trascorre man mano nel passato e diventa ricordo. Va ad ingrossare quella gran massa che ci portiamo dentro, di memorie del tempo che fu. E il ricordo, si sa, è fatto della stessa materia del sogno, impalpabile ed irraggiungibile.

Ma ecco che, d’un tratto mi par di sentire, in corridoio, il passo lievemente strisciante di mia madre. Anch’ella d’abitudine si leva assai presto, ed usa, seduta al tavolo, in cucina inzuppare dei biscotti in una tazzina di caffè, mandar giù, poi, alcune pillole e tornare di nuovo a letto. Allora mi affretto, sono io che a quell’ora le preparo il caffè. Metto sul fuoco la moka e dispongo tazza e cucchiaino, stendo un tovagliolo ben ripiegato su cui mia madre porrà, ben allineate le sue pillole, rigorosamente in ordine di assunzione, come da prescrizione del suo medico. Mi affretto ed attendo … Mia madre non si vede, il passo in corridoio è cessato e solo allora mi sovviene, che, tra poco, saranno tre anni da che ella ci ha lasciato. E dopo di lei, a poca distanza, anche la nostra cagnetta che, scodinzolando, leccava, sul pavimento, le briciole che mia madre le lasciava cadere. E allora ecco riaffiorare quei vecchi dialoghi a bassa voce, per non svegliare gli altri che ancora dormivano:

“Pé … t’arricuorde  …?”

E qui cominciavamo a ripercorrere il filo dei ricordi e sempre il pensiero tornava alla nostra casa di via Zara. Quanto ci sembrava grande, dopo quella del rione Luzzatti, piccola e angusta, questa nuova casa, così piena di luce. Affacciata su un giardino in cui un altissimo fico troneggiava, ed in estate profumava l’aria, mentre i suoi rami lambivano il nostro balcone e capitava, anche, di poter, allungando una mano, cogliere qualche frutto.

Nostalgia … dolce malinconia, poiché i ricordi restano attaccati ai quei brevi e talvolta rari momenti felici di un tempo concluso. E sempre in quei dialoghi riaffiorava la casa di via Zara, solo perché, forse, a quel tempo ella era ancor giovane ed io solo un fanciullo. In quelle ore, appartenenti ancor quasi alla notte, quei ricordi spesso mi assalgono senza che io riesca a sottrarmi a quel dolce dolore dell’assenza. In fondo, forse, a ben guardare non è che il rimpianto della gioventù. Mia madre al momento del congedo era assai avanti negli anni, ma il suo spirito, la sua vivacità mi avevano fatto credere che la morte si tenesse ancora lontano da lei, pensiero irragionevole, ma che mi dava un conforto incredibile. Oggi senza di lei sento che la soglia del nulla è più vicina. Non c’è più la madre a far da argine  e, lo confesso, talvolta, ho paura.

 

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