Fra Diavolo, arrestato a Baronissi, impiccato a Piazza Mercato. Brigante o patriota?

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-di Giuseppe Esposito-

Cos’è che vi viene in mente se vi si nomina Fra Diavolo? Quasi certamente l’immagine stereotipata del brigante con la lunga barba irsuta, lo sguardo torvo, il tabarro nero. In testa il cappello a cono e i piedi infilati nelle ciocie. In vita una cartucciera ad al fianco lo schioppo. È così che erano rappresentati i briganti dei secoli XVIII e XIX, quei grassatori che rendevano pericolosi i viaggi sulle strade di allora.

Fra Diavolo, al secolo Arcangelo Michele Pezza, è annoverato fra quelli più noti, ma, se qualcuno si prendesse la briga di andare a consultare la sua biografia, si accorgerebbe che forse l’averlo relegato nel gruppo dei briganti potrebbe essere stata un’ingiustizia. Del resto nel periodo compreso tra la fine del XVIII secolo e la metà del XIX molti di coloro che, altrove, sarebbero stati considerati dei patrioti, qui, da noi, al sud furono tacciati di brigantaggio. È il meccanismo innescato da coloro che hanno voluto considerare la caduta del Regno delle Due Sicilie e l’unificazione italiana come il coronamento di un fenomeno nobilissimo al quale fu dato il nome di Risorgimento. Ma mentre altrove si trattava di scacciare degli occupanti stranieri, qui da noi si trattò invece di abbattere una dinastia che aveva solide radici locali a favore di uno stato invasore, assetato di denaro, quale era il Piemonte del tempo. L’aggressione contro il Regno del Sud fu appoggiato da due delle maggiori potenze del tempo, la Francia e l’Inghilterra, che perseguivano, anch’esse, i propri interessi in danno del Regno  di Napoli.

Michele Arcangelo Pezza nacque ad Itri il 7 aprile 1771, da Francesco e da Arcangela Matrullo. La sua era una delle famiglie più in vista del paese. Itri era posto sulla via Appia, tra Fondi e Formia, in quella che era chiamata Terra di Lavoro e che apparteneva, a quel tempo al Regno di Napoli.

Michele era il quinto di otto figli. All’età di cinque anni si ammalò gravemente e non c’era cura che lo guarisse. Sua madre si affidò alla protezione di san Francesco di Paola e fece voto che, in caso di guarigione, il bimbo avrebbe indossato il saio monacale. A quel tempo la tradizione voleva che per sciogliere un voto i ragazzi indossassero il saio fino a quando questo era consunto per l’uso. A quel punto l’abito era reso al santo in funzione di ex voto. Per fortuna il ragazzo guarì, ma fu costretto ad indossare il saio fino a quando divenne adolescente. Per quell’abito si guadagnò il nome di fra Michele. Per la sua istruzione il padre lo affidò alla parrocchia di San Michele Arcangelo, ma il ragazzo non era per niente portato per lo studio ed il suo insegnante, un giorno, esasperato sbottò dicendo: “Tu non sei fra Michele, tu sei fra Diavolo.”

Abbandonati gli studi il giovane fu coinvolto dal padre nella cura dell’uliveto di famiglia. Ben presto però Francesco dovette rendersi conto che l’attenzione del figlio, più che alle olive, era attratta dai cavalli.  Per questo fu deciso che Michele andasse a bottega da un amico del padre, certo Eleuterio Agresti che faceva il sellaio. Accadde però, che dopo circa un anno, durante una discussione Eleuterio prese a picchiare il ragazzo il quale, preso dall’ira, reagì violentemente ed uccise il suo aggressore.

Poco più tardi, quando il fratello della sua vittima pretese di vendicare quella morte, nello scontro con Michele ebbe la peggio ed anche lui morì. A quel punto Michele fu costretto a cercare rifugio sui monti. In quelle impervie contrade incontrò parecchi briganti, i quali, per il suo coraggio e sprezzo del pericolo presero a stimarlo e a grattarlo come un capo. Poi il giovane entrò al servizio del barone di Roccaguglielma. Ma quando Ferdinando IV, re di Napoli mandò quattro battaglioni in Lombardia, a combattere al fianco degli austriaci contro le truppe di Napoleone, Michele ottenne che la pena per il duplice omicidio fosse commutata in servizio militare con una ferma minima di tredici anni. Quindi il giovane entrò nelle file dell’esercito borbonico. Si dimostrò peraltro un ottimo soldato che disprezzava il denaro ed era assai fedele al trono ed alla religione.

Durante gli anni successivi ebbe modo di prendere parte alla difesa della fortezza di Gaeta, poi caduta nelle mani dei francesi. In seguito allo sfaldamento delle truppe napoletane comandate dal generale Mack, si ritirò ad Itri, dove, raccolto un nutrito gruppo di uomini, si dette a combattere i francesi che, per raggiungere Napoli erano costretti a transitare per la via Appia. Michele, che aveva rispolverato l’antico soprannome di Fra Diavolo, riuscì ad arrestare l’avanzata francese, ma all’arrivo dei rinforzi, fu costretto poi a rifugiarsi in montagna. Gli invasori presero Itri e passarono per le armi molti cittadini, tra cui anche il padre di Michele. Ma non volendosi dare per vinto Fra Diavolo si spostò in Terra di Lavoro dove cercò di sollevare tutti i centri della zona contro i francesi.

La sua azione fu fermata dall’armistizio di Sparanise, firmato dal comandante delle truppe napoletane, il generale Mack. Dopo un nuovo rientro ad Itri, al momento della formazione di una nuova coalizione antinapoleonica, Fra Diavolo ottenne dagli inglesi di stanza a Procida due cannoni ed una barca. Fissò la sua base operativa a Manarola e riprese la sua lotta contro gli occupanti.

Le sue imprese suscitarono l’ammirazione degli inglesi che ne riferirono al re, riparato a Palermo. E quando la coalizione decise di dare l’assedio a Gaeta, in mano francese, il sovrano affidò l’azione via terra a Fra Diavolo, nominato capitano. La regina Maria Carolina, in riconoscimento dei suoi meriti, nei riguardi della corona gli fece dono di una spilla di diamanti.

La flotta inglese bombardava il forte dal mare. Infine il comandante francese fu costretto ad arrendersi, ma non volle firmare la resa nelle mani di Fra Diavolo. A firmare fu il generale Acton per i napoletani e Nelson per gli inglesi.

Intanto l’esercito della santa Fede, guidato dal Cardinale Ruffo riconquistava Napoli. E lì si recò anche Michel Pezza  e fu ospitato nel palazzo di Acton divenuto Primo Ministro. In quel periodo Fra Diavolo convolò a nozze con Rachele De Franco, conosciuta in città, nella chiesa di Sant’Arcangelo all’Arena. Poco dopo io matrimonio partecipò alla campagna per la riconquista di Roma, ma si rese responsabile della morte del sindaco di Albano Laziale, dove aveva stabilito la sua base per le operazioni.

Riconquistata la Città Eterna il governo cominciò a mostrare una certa diffidenza verso gli insorgenti, li disarmò e li mise a mezza paga. Fra Diavolo fu poi arrestato per ordine del generale Naselli, che ignorava la nomina a colonnello di Michele Pezza, da parte del re. Imprigionato in Sant’Angelo, Pezza riuscì a fuggire e raggiunse Napoli dove fu ricevuto dal re. Ferdinando in riconoscimento dei suoi meriti di guerra gli abbonò tutti i debiti contratti durante la campagna. Poi Michele Pezza rientrò ad Itri dove fu nominato, per volere del sovrano, comandante generale del dipartimento di Itri.

Giungiamo così al 1806, anno in cui Napoleone sferrò il suo attacco al Regno di Napoli ed il re, come già avvenuto nel 1799, si rifugiò a Palermo. Prima però di abbandonare la capitale Ferdinando aveva cercato di richiamare all’azione sia il cardinale Ruffo che i capimassa come Michele Pezza, unico sopravvissuto dei capimassa. Ma sebbene avesse reclutato numerosi uomini ricevette l’ordine di non muoversi.

A Napoli, intanto, veniva incoronato re Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Tra tutti i comandanti gli unci due che non obbedirono all’ordine del re di non muovere contro i francesi furono Michele Pezza ed il generale Luigi D’Assia Philippesthal, che comandava la fortezza di Gaeta.

Dalla fortezza assediata Fra Diavolo si lanciò in audaci azioni contro gli attaccanti. Quando però li sfidò in campo aperto ebbe la peggio e rischiò di essere preso. Fu costretto, quindi a riparare a Manarola. Da lì fu richiamato a Palermo dal re che stava organizzando un’impresa simile a quella del cardinale Ruffo che nel 1799 lo aveva riportato sul trono. A capo della nuova spedizione fu posto l’ammiraglio inglese William Sudney Smith e Pezza fu nominato sui luogotenente. Fra Diavolo sbarcò da navi inglesi ad Amantea e con la sua “Legione della Vendetta” conseguì diversi successi contro i francesi.

Intanto un contingente inglese al comando del generale Stuard sbarcò a Aant’Eufemia e si scontrò con i francesi a Maida. Le forze in campo erano quasi pari e la battaglia incerta. Fu quindi l’arrivo di Fra Diavolo a permettere agli inglesi di respingere gli avversari al comando del generale Reynier, fino al fiume Amato. Lì gli scontri ripresero e, dopo cinque ore di combattimenti finalmente la vittoria arrise agli inglesi. I francesi ripararono a cassano ma furono respinti dalla popolazione.

Giunto poi alla presenza del re Michele Pezza fu ricompensato con la concessione del titolo di Cassano, ma in Calabria però i francesi riuscirono a riconquistare tutta la regione e divennero padroni di tutta la parte peninsulare del regno.

Allora Fra Diavolo scese di nuovo in campo e raccolti circa cinquecento uomini, cercò di sollevare contro i francesi la Campania. Sbarcò a Sperlonga e si trincerò a Sora, sul confine con l’Abbruzzo. Ma le truppe francesi erano di gran lunga superiori alle forze a disposizione del Pezza. Questi fu quindi costretto a rifugiarsi sulle montagne intorno a Miranda. Era divenuto il ricercato numero uno da parte dei francesi. Gli uomini a lui fedeli si erano ridotti a soli trecento ed egli tentò ancora una volta di sollevare contro gli invasori i centri di Esperia, Pignataro, Bauco ed Isernia.

I francesi intanto avevano bloccato tutti i valichi e gli accessi alle montagne. Fra Diavolo si trovò così intrappolato. Sulla sua testa era stata posta una taglia di 17.000 ducati. Una unità al comando del colonnello Leopold Sigisbert Hugo, padre dello scrittore prese a braccarlo. L’inseguimento durò quindi ci giorni ed infine Pezza fu costretto ad accettare lo scontro col nemico. Riuscì a resistere per cinque ore, sotto una pioggia battente che aveva reso inutilizzabili i fucili.

Si combattè all’arma bianca e Fra Diavolo riuscì ancora una volta a sfuggire alla cattura. Si rifugiò nella zona delle forche caudine, presso Benevento. Si credette al sicuro ma il colonnello Hugo riuscì a  trovarlo. Dopo un durissimo scontro non gli rimanevano che una cinquantina di uomini e fu costretto a fuggire. Vagò per giorni e giorni. Infine il 1 novembre fu riconosciuto in una spezieria di Baronissi ed arrestato.

Fu condotto a Napoli sotto numerosa scorta di lancieri polacchi. Il giorno dieci comparve davanti ad un tribunale riunito in Castel Capuano e condannato a morte. Quando gli chiesero di dichiarare le sue generalità si presentò come colonnello dell’esercito borbonico. Il giorno successivo fu impiccato in Piazza Mercato, vestito dell’uniforme da brigadiere dell’esercito napoletano. Il suo corpo fu lasciato penzolare a lungo, quale monito alla popolazione. Quando la notizia giunse a Palermo Ferdinando fece celebrare il funerale solenne nella Cattedrale di Palermo. Il corpo fu poi sepolto nella chiesa dell’Ospedale degli Incurabili.

Di lui, più tardi Victor Hugo scrisse: “Fra Diavolo rappresenta il personaggio tipico che si incontra in tutti i paesi occupati dallo straniero: il brigante- patriota. L’insorto legittimo che lotta contro l’invasore.”

Ma dopo aver letto la sua storia a noi sembra che la sua vita sia stata più quella di un patriota che quella di un brigante e credo che buona parte di chi legge possa convenire con me.

 

 

Fra Diavolo – illustrazione  di Paolo Giudici, in Storia d’Italia (1929-32) ed. Nerbini

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