Adriano Olivetti: giallo alla stazione di Aigles

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Il racconto della domenica-di Giuseppe Esposito-

È la tarda mattinata del 27 febbraio 1960. Il treno partito dalla stazione di Arona e diretto a Losanna sta per entrare nella piccola stazione di Aigles, nel Cantone svizzero di Vaud. Sulla banchina del personale medico è in attesa. Dalla cabina di guida è stato segnalato che un passeggero è stato vittima di un malore apparentemente molto grave. Infatti appena il treno, tra lo stridore dei freni arresta la sua corsa, gli uomini salgono a bordo e ne discendono dopo poco recando una barella su cui è adagiato un uomo dagli occhi chiari e dalla sommità della testa calva coronata da capelli grigi. Pochi minuti dopo la sirena dell’ambulanza rompe il silenzio che regna nelle strade del piccolo paese alpino. Più tardi in un comunicato è annunciata la morte dell’ingegner Adriano Olivetti, attribuita ad una congestione cerebrale. Nessuna autopsia è stata effettuata sul cadavere, che sarà inviato ad Ivrea. Ma Adriano Olivetti era un personaggio troppo importante perché non sollevasse una miriade di dubbi su quelli che si pensava potessero essere i veri responsabili dell’accaduto.

Olivetti era infatti l’imprenditore italiano che aveva osato sfidare i colossi della nascente industria informatica d’oltreoceano. L’informatica era un settore nato per esigenze militari legate alle Guerra Fredda, instauratasi dopo la fine del secondo conflitto mondiale e che vedeva contrapposti il blocco dei paesi occidentali a quello dei paesi comunisti. Era perciò ritenuto un settore strategico da inglesi e americani.

Negli anni Cinquanta la Olivetti era divenuta un colosso industriale presente non solo in Italia con ben cinque stabilimenti, ma anche in Inghilterra, in Spagna, Brasile Argentina ed anche negli Stessi Stati Uniti. L’azienda italiana poteva contare su ben 25.000 dipendenti in tutto il mondo. Inoltre, nel 1959, aveva acquisito il controllo della strategica Underwood ed era la prima volta che una simile cosa avveniva. Un evento che aveva una doppia valenza. Rappresentava il culmine della parabola ascendente dell’azienda creata dal padre di Adriano, Camillo ed inoltre era una sorta di rivincita su quel mister Underwood che in passato non aveva ritenuto Adriano degno nemmeno di un incontro perché lo aveva considerato nient’altro che un piccolo imprenditore italiano.

Il governo degli Stati Uniti aveva addirittura avviato una causa per impedire quella acquisizione, ma aveva poi rinunciato all’azione legale senza darne alcuna spiegazione.

Gli anni Cinquanta furono il decennio del trionfo della Olivetti  la sua “Lettera 22” immessa sul mercato nel 1950, ottenne nel 1954 il premio del “Compasso d’oro” e fu, nel 1959, giudicata dallo Illinois Institute of Technolgy il miglior prodotto di design del secolo.

Ma nel frattempo Adriano aveva intuito che il futuro sarebbe stato dell’elettronica ed aveva creato per questo il settore informatico dell’azienda. Aveva inoltre assunto nel 1954, l’ingegner Chou, figlio dell’ambasciatore cinese in Italia dove aveva anche compiuto gli studi. Chou era un ricercatore molto brillante e Adriano lo assunse perché mettesse a punto il progetto per il primo calcolatore elettronico.

Si pose così in diretta concorrenza col colosso statunitense IBM, suscitando così i sospetti e l’attenzione dei servizi segreti americani. Attenzione che divenne elevatissima ed occhiuta quando a soli diciotto mesi dal suo ingresso nel settore dell’informatica Adriano raggiunse e superò la IBM. Infatti il suo calcolatore P101 vendette ben 40.000 esemplari. Alcuni di essi finirono anche alla NASA che li adoperò per progettare l’allunaggio dell’Apollo 11.

Evidentemente l’imprenditore italiano aveva raggiunto un livello di conoscenze  troppo elevato per non impensierire seriamente l’intelligence americana. Egli era ormai visto come un pericolo anche per le sue idee politiche, giudicate troppo di sinistra e da ciò  il timore di un suo avvicinamento al blocco sovietico. Per questo la sua morte improvvisa e la mancanza di una qualunque procedura per l’accertamento delle cause di morte sollevarono una miriade di dubbi e sospetti sul fatto che, dietro quella morte, ci fosse potuta essere la mano della CIA.

A rinforzare tali sospetti giunse dopo poco più di una anno la morte dell’ingegner Chou, avvenuta in un incidente stradale sulla autostrada Torno Milano, in prossimità del casello di Santhià. Quelle due morti decapitarono l’azienda i cui risultati avevano messo alle strette tutta la nascente industria informatica americana. E nel clima di quegli anni non vi fu nessuno che non ebbe qualche dubbio sulla natura di quelle due morti.

Oggi a tanti anni di distanza il mistero rimane fitto e nessuno si è mai incaricato di dipanarlo. Del resto Adriano Olivetti era un personaggio scomodo anche in Italia dove non era benvisto nemmeno dai suoi colleghi imprenditori a causa delle sue politiche sociale a favore dei dipendenti e delle condizioni di lavoro che regnavano nelle sue fabbriche. Era Adriano un imprenditore umanista che rappresentava un unicum nel mondo dell’industria.

In molti hanno cercato nel tempo di screditare l’idea del complotto americano, ma sull’argomento vi è un interessante libro della scrittrice americana Meryle  Secrest, biografa di personaggi quali Frank Lloyd Wright, Leonard Bernstein, Amedeo Modigliani e Salvador Dalì che risulta estremamente intrigante e che è stato pubblicato in Italia da Rizzoli, col titolo: “Il caso Olivetti. La IBM, la CIA, la Guerra Fredda e la misteriosa fine del primo personal cumputer della storia.”

 

“Adriano Olivetti’s Portrait (not mine off course)” by bass_nroll is licensed with CC BY-NC-ND 2.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/2.0/

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