Rigoletto all’Inferno

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Dantedì: echi danteschi nel libretto che si ispirò ad Hugo-di Gennaro Saviello-

La capacità straordinariamente penetrante delle immagini dantesche non lasciò immune neanche Victor Hugo. Anzi, il famoso scrittore francese era “terribilmente” attratto soprattutto dalla prima Cantica della Comedia. Dell’Inferno lesse e scrisse sin dal 1836, dopo che anche Charles Fauriel, l’amico di Manzoni, aveva svolto i suoi dotti seminari sul poeta italiano alla Sorbonne, nel clima parigino della ri/scoperta dell’autore.

Nella letteratura francese Dante è un ospite ricercato che si accomoda raramente. Ma Hugo, prima che nei saggi, nei romanzi come Notre-Dame de Paris (1831) e Le roy s’amuse (1832), ri/costruisce alcune figure dantesche efficaci, belle, dalla fenomenologia potente, come diceva Anna Maria Chiavacci.

Una di queste appartiene anche al Melodramma italiano, quello firmato da Francesco Maria Piave e Giuseppe Verdi. Si tratta di Rigoletto, una delle opere verdiane non a caso più censurate, andata in scena per la prima volta l’11 Marzo del 1851 al Teatro La Fenice di Venezia.

Sappiamo che il suo ipotesto ispiratore è, appunto, Il re si diverte di Victor Hugo; sappiamo che Verdi riservò all’opera un posto privilegiato nel suo cuore, per ritenerne il libretto uno dei migliori mai scritti. In effetti, ai personaggi hugoniani corrispondono perfettamente i complanari italiani: il Re/Duca di Mantova, Triboulet/Rigoletto, principalmente.

Tra gli altri, c’è anche il signor Saint-Vallier/Monterossi che, affatto insignificante, serve al romanzo di Hugo ed alla drammaturgia di Piave-Verdi per denunciare i modi libertini del Re/Duca di Mantova e per “generare” il tema della vendetta che, sotterraneo come la calunnia, affiorerà più volte fino all’epilogo tragico. Questo personaggio, sia nel romanzo che nel melodramma, irrompe nella “festa”, reclamando l’onore della propria famiglia, della figlia in particolare, violato dagli abusi del Sovrano. In entrambi i testi il buffone di corte (Triboulet/Rigoletto), forte della sua privilegiata posizione, irride con sprezzante irriverenza le pretese del vecchio “dalla barba e capelli bianchi”.

Nell’opera lirica, in particolare, persino il Duca di Mantova reagisce a tanta spregiudicatezza esibita e, spinto da un rigurgito di moralità, lo ammonisce dicendo: quell’ira che sfidi, colpir ti potrà! Sant-Vallier è il personaggio nel quale Victor Hugo trasferisce l’immagine dantesca di Bertran del Born, il poeta provenzale “cantore delle armi”, che subisce il contrappasso nell’Inferno dantesco, attraverso l’orrenda metafora della testa tagliata ed esibita “a guisa di lanterna” (XXVIII, 120-141). Anche il suo gemello, il Monterossi verdiano, minaccia di ritornare dall’aldilà come “spetto terribile”, “portante in mano il teschio”.

L’impianto di Rigoletto ed il suo orizzonte letterario dimostra la profondità della drammaturgia verdiana e l’efficacia dei versi di “un poeta per musica” creativo come Piave che, nel trasfigurare i personaggi “di carta” in quelli “di canto”, ne penetra anche la psicologia, per evidenziarne i moniti: la tutela dell’intimità e della famiglia, la lotta agli abusi, la difesa dai soprusi ed, in questo caso, come scrisse Hugo, “il senso profondo della provvidenza”.

Così, il  mondo dell’Opera è ancora uno scrigno prezioso, fatto di personaggi, di anime, che ancora “cantano il vero”, in grado di comunicare, come diceva George Duby, una storia di mentalità efficace anche per i nostri tempi.

 

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