Paolo Ciampi e “Il Maragià di Firenze”

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Purché la pietra non sia solo pietra, ma anche ricordo che prende vita. -di Denata Ndreca-

Cucire due destini mentre il cielo stende i suoi colori, i suoi rancori. Rimanere avvolti di nostalgia per qualcosa che non abbiamo vissuto, è il sentimento che scorre nel sottofondo delle pagine di questo libro che ci porta sulle sponde del fiume Arno, quando Firenze era ancora capitale. Arrivare fino all’Indiano che questa volta non ha niente a che fare con il Viadotto dell’Indiano, ma con quella statua in fondo alla città, con lo sguardo che non guarda e l’espressione che non si concede. E’ questa la statua che una madre ha voluto in ricordo di suo figlio: l’indiano che sta alle Cascine – Sua Altezza Reale Rajah Muharaja de Kolapore.

È stato il primo Maragià che sia arrivato dall’India in Europa, poco più che adolescente. Dopo aver reso omaggio alla regina Vittoria, lascia Londra per seguire la grande bellezza – Firenze – ancora capitale del Regno Unito d’Italia. Una Firenze che saprà vincere i suoi pregiudizi e che troverà nel suo Arno, anche il fluire del fiume Gange, per poter dare l’ultimo saluto al Maragià…

L’indiano, con la sua vita incompiuta ed il suo corpo di  pietra parlante, comincerà a diventare, per l’autore, l’ombra di un ragazzo che non può cacciare via, ricerca di un altro continente dentro la sua città: l’India di Firenze che, a differenza di Filipa Lowndes Vicente, non sarà una scomoda casualità, ma la proclamazione che ogni caduto in guerra, ogni perseguitato, ogni deportato ed ogni uomo, è una storia da raccontare.

Pagine dove i pensieri percorrono tempi e luoghi sconnessi tra di loro, quelle di Paolo Ciampi, ne Il Maragià di Firenze, (edito da Arkadia 2000) che, lasciando spazio a tante domande  che trovano consolazione nei papaveri, risposte nella poesia, selezionano parole da memorizzare, con il messaggio: per non dimenticare.

 

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