Gigli di mare: tra ricordi e speranze, le poesie di Francesco Paolo Volpe e Paoletta Volpe

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-di Clotilde Baccari-

È bello e lieve ripercorrere l’iter interiore, cantato in versi, in questo lavoro di Paola e di Francesco Paolo Volpe .

Una silloge a due  voci, voci diverse che procedono in una straordinaria sinergia equilibrata attraverso i contenuti e l’uso qualitativo della lingua. Due registri: l’uno con un linguaggio aulico, legato alla matrice ellenica e alla tradizione, quella del luogo di origine e di vita di Paolo Francesco Volpe, con versi che rimandano alla grande cultura classica e, nel contempo, con richiami alla realtà; un linguaggio ricco di colori con il supporto di una fotografia finemente elaborata e di riferimento.

L’altro registro, quello di cui si serve Paoletta, caratterizzato da un linguaggio fresco, immediato, spontaneo, in cui il significato e il significante coincidono; un registro in cui la parola non si ammanta di figure retoriche e il linguaggio lascia intuire la delicata magia del creato anche con il supporto del mezzo fotografico. Le poesie di Paola sono comprese nella sezione Le stanze di Paoletta; anche questo è un prestito poetico.

Una stanza è l’unità fondamentale di una struttura all’interno di un’opera di poesia, di solito di un poema; una struttura  autosufficiente come significato, cioè una poesia nella poesia. I versi di Paola sono solo alcuni dei momenti di una vita che scorre nel continuo stupore di fronte alla realtà, in una costante scoperta, in una lieve sospensione, in una continua aspettativa rispetto ai misteri della vita, nella costante ricerca dei valori fondamentali al rapporto umano: amicizia, lealtà, giustizia, amore, condivisione e in quella sensazione che lei ama tanto, essere un tutt’uno con la natura.

Basterebbe  già la sinergia parentale e familiare a rendere insolito questo lavoro letterario e a dare spessore alla silloge il cui valore è  ancor più accresciuto dalle modalità ed dalle finalità perseguite: bellezza della fotografia, ricchezza di riferimenti mitici, continue sinestesie, ossimori e altre figure stilistiche rese ancora più incisive dalle varie arti usate: pittura, fotografia, grafica, direi anche musica in riferimento al ritmo dei versi; alleanza costante tra parola e senso; l’attento ascolto al proprio traffico interiore; l’attenzione alla creatività da parte degli autori secondo la propria prospettiva personale e il metodo da ciascuno di loro perseguito. Tutto questo avviene attraverso un percorso emotivo, in un periodo di paura, di scoramento, di distanziamento, di privazione dell’alterità indispensabile per conoscere se stessi, come dice il filosofo francese Emmanuel Levinas, privati di quello specchio cognitivo utile alla autocoscienza che è l’alterità, per usare una espressione particolarmente cara al linguista Emile Benveniste.

In un periodo di fragilità emotiva in cui l’unica risorsa è il pensiero, in un momento in cui con Mario Luzi avremmo dovuto dire – è tempo di pensare, vola alta, parola – è proprio con il volo alto della parola che si realizza quel παν κρατέω, quel superare i propri limiti, quella capacità di avere contezza della realtà, di cercare e di trovare soluzioni.

Proprio attraverso la parola, come strumento e come fine, si realizza il percorso paideutico intrapreso dagli autori, un processo di analisi e costruzione dell’identità personale sulla base di cognizioni, sensazioni, che i due autori elaborano su se stessi, sugli altri e sul rapporto con il contesto in cui si trovano a vivere.Avviene, quindi, quell’incontro meraviglioso che, con le parole, desta piacere.

Come dice Gorgia,  l’incontro meraviglioso con la parola desta il piacere, allontana il dolore e grazie alla parola, possiamo dire con Protagoral’uomo diventa misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono, traendo dalla parola la possibilità di ergersi a protagonista dell’esistenza-.

Cosa che meravigliosamente è accaduto attraverso le parole e la poesia di Paoletta e di Francesco Paolo Volpe.

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