Da Sarno a Cava, Rosa Montoro, autrice de “Il circolo degli illusi”

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La storia poco nota è, come sempre, quella delle donne” – di Maria Gabriella Alfano

Sarnese di nascita, cavese di adozione, Rosa Montoro, con il romanzo “Il circolo degli illusi” (Oèdipus editore-2018) è tra i vincitori della XXXVI edizione del Premio letterario Città di Cava de’ Tirreni.

Il romanzo è ambientato nel periodo della seconda guerra mondiale e ha come protagoniste le famiglie contadine che vivevano nella campagna sarnese, gente umile e povera, vessata dal fascismo che prendeva sempre più piede. Per lottare contro i soprusi, l’arroganza e la violenza del regime era nata la compagine socialista di Giovanni Amendola, definita dai fascisti “Il circolo degli illusi”.

Di qui il titolo del romanzo che descrive con cura la vita, la cultura e le tradizioni del territorio dell’agro sarnese-nocerino nel più ampio contesto della grande Storia.

-Il tuo è stato definito “un romanzo di formazione”. Era nelle tue intenzioni?

 Non mi sono mai posta come obiettivo scrivere un romanzo di formazione. Però, mentre lo scrivevo, mi accompagnava il desiderio di dare alle mie figlie un punto di partenza e fierezza delle loro origini: verso un cielo forte si alza un albero che ha forti radici. È diventato un romanzo di formazione probabilmente per il mio interesse a sottolineare i principi di solidarietà a cui vengono educati i tre giovani protagonisti. Ho voluto porre l’accento su questi principi educativi, perché penso che nella cultura contadina siano stati fondamentali e, in molte famiglie, rappresentassero la condizione di ogni ricchezza materiale.

-Hai trattato aspetti poco noti della nostra storia. Quali aspetti hai voluto maggiormente mettere in risalto?

 La storia poco nota è, come sempre, quella delle donne, per giunta contadine. Queste donne sono state oggetto di studi antropologici che, a mio parere, non ne hanno sottolineato a sufficienza la fierezza, la dignità e la forza che alcune di loro hanno avuto. E ricordo che stiamo parlando di donne non scolarizzate. In ogni caso penso che nella storia del nostro territorio vadano approfondite soprattutto le anomie prodotte dai cambiamenti sociali troppo veloci e quindi dalla perdita di riferimento da parte delle nuove generazioni.

-Leggendo il libro si percepisce il rigore con cui tratti le vicende storiche. Immagino che alla base della narrazione ci sia un approfondito lavoro di ricerca…

 Sì, ho letto molti libri di storia locale, ma non mi hanno soddisfatto per quello che cercavo di scrivere. Così mi sono fatta aiutare dal modo di raccontare la storia che hanno sempre avuto le donne: la narrazione orale. In molti casi ho anche trascritto quello che mi raccontavano.

-Hai messo in luce le tradizioni, i riti, le credenze della cultura popolare del luogo come l’uso degli amuleti contro il malocchio. Secondo te sono ancora radicate?

Non so se sono ancora radicate. Però a quel tempo, ma ancora quando sono cresciuta io, lo erano. Penso che si sia sottovalutato l’effetto “terapeutico” di alcune credenze. La nostra vita può essere un racconto rassicurante o disperante, la differenza la fanno le persone e le parole che la descrivono. Penso che “Io credo” non può fare a meno di dirlo nemmeno un ateo. Il linguaggio disegna il mondo in cui viviamo, diceva Ludwig Wittgenstein, lo fa diventare visibile, fa diventare visibile perfino Dio. E allora mi chiedo cos’è l’invisibile? Tutto, finché non ha parola e io sarò sempre dalla parte di chi non ha parola.

-Come sono nati i personaggi che popolano la storia?

I personaggi maschili e femminili sono ispirati dalla costellazione di persone che hanno fatto parte della mia famiglia, appartenenti alla stessa cultura, quella contadina. In particolare il personaggio di don Antonio è una fusione tra nonno Ascanio e nonno Francesco, di cui ho sempre sentito i racconti di mia nonna e mia madre, pur non avendoli mai conosciuti direttamente.

-Hai una laurea in sociologia e lavori nei servizi sociali comunali. Formazione e vissuto quotidiano quanto influiscono su ciò che scrivi?

 Il mio lavoro ha sempre influenzato quello che scrivo, penso sia normale. Il lavoro nel sociale mi ha reso più sensibile ad alcuni temi. Per esempio l’attenzione verso chi ha meno potere politico e sociale, come è stato per i contadini meridionali dal dopo guerra in poi. E poi c’è questo sfondo di “resistenza”, per così dire, che si percepisce nel libro e che ha accompagnato anche la mia vita.

-Sarno ha un territorio martoriato dalla vulnerabilità idrogeologica (come non ricordare le drammatiche colate di fango del 1998?), dal diffuso inquinamento del fiume a causa di sversamenti illegittimi e scarichi abusivi che ne hanno fatto il fiume più inquinato d’Europa. Al tempo stesso Sarno è il Comune che sta tentando di riscattarsi con politiche di governance attente all’ambiente, orientando, ad esempio il proprio strumento urbanistico verso obiettivi di sviluppo sostenibile. Nel passato, come si legge anche nel tuo libro, è stato un luogo importante della resistenza al fascismo in nome delle idee di Giovanni Amendola. Qual è il tuo giudizio sulla Sarno contemporanea?

 Sarno non è martoriata dalla natura ma dagli uomini. Ci sarebbero molte cose da dire sull’ipocrisia di piangere sul latte versato e sul fatto che poi riprende tutto come prima, per gli interessi economici che prevalgono su una prospettiva a lungo termine che potrebbe migliorare la nostra vita. Per quanto riguarda la Sarno di oggi, quello che posso dire è solo quel che sento e leggo. Da venticinque anni non ci vivo più. Però continuo a pensare che è un territorio pieno di potenzialità, che valorizzato nel modo giusto, è uno dei più belli della Campania.

-Che cosa secondo te occorre fare?

Prima di tutto costruire aree adibite a parchi e valorizzare la risorsa idrica ripensando il rapporto con l’azienda (ancora privata nonostante il referendum) degli acquedotti dalla cui ricchezza ricavata Sarno non ha beneficio, anzi viene danneggiata e depredata. I pochi contadini di Sarno rimasti pagano l’acqua a un prezzo insostenibile, mentre in passato c’erano canali per tutta la piana. Oggi sono asciutti, quello attuale è un paesaggio che non riconosco. Non sono un tecnico, ma intuisco che è stato lasciato tutto in mano ad avvoltoi. Questi temi andrebbero discussi con i cittadini interessati, trovando il modo per vincere le loro perplessità, dovute ad anni di disillusioni e abbandono. In generale, penso che, non solo a Sarno, vadano ripensate le associazioni dei cittadini, che possono diventare “cittadinanza attiva” (la nostra legislazione lo prevede). Solo se impariamo a capire la gestione dei beni comuni e quanto sia interesse di tutti, potremo cambiare qualcosa. Insomma va chiarito, una volta per tutte, che i partiti politici (che sono giustamente di parte) non possono fare l’interesse di tutti. I partiti raccolgono, a seconda dell’orientamento, le istanze maturate a monte tra i cittadini, e allora si capisce perché non possiamo essere nello stesso tempo strumento dei partiti politici e fare l’interesse pubblico.

-Il tuo romanzo è edito dalla Oèdipus di Franco Forte. È stato semplice passare dal “manoscritto” al libro?

 Non è stato per niente semplice. Questo romanzo per molti anni ha ricevuto solo proposte editoriali a pagamento. Poi è stato selezionato da Oèdipus e da un’altra casa editrice. Ho scelto Franco Forte, che ringrazio tantissimo, perché mi sembrava che ci credesse veramente. Ho scoperto solo dopo che c’era un’altra persona che ci credeva molto, Norma D’Alessio, scrittrice anche lei (ricordo solo il libro più noto Primavera di fango, proprio sull’alluvione). Siamo diventate amiche e la stimo tantissimo.

Hai dovuto rinunciare a qualcosa?

Se intendi per scrivere il romanzo, la risposta è sì. Ho dovuto rinunciare a qualche ora di sonno, a tanti fine settimana sereni e rilassati e mi sono trascinata dietro tutta la mia famiglia, che mi sopporta bene.

Che progetti hai per il futuro?

Scrivere molto, fin quando avrò la forza, ma anche continuare ad avere tanto rispetto per il lettore e tirare fuori gli scritti per la pubblicazione solo dopo molte attente revisioni. Non è la quantità che m’interessa. Pensa che ho contato otto versioni e più di cinquanta file elettronici del romanzo pubblicato. Scrivere è un lavoro. Però vorrei aggiungere che molto deve cambiare anche nelle case editrici, che devono ritornare a selezionare la qualità e per poterlo fare devono proporre i libri ai lettori e non venderli agli scrittori.

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