Willy, perdonaci

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Un sorriso solare e disarmante nello splendore dei suoi 21 anni con indosso la maglietta della sua squadra del cuore. Così Willy Monteiro Duarte, massacrato nella notte tra il 5 ed il 6 settembre, è stato ritratto nel murale in via Aldo Moro, svelato ieri sera a Paliano, dove il giovane viveva con la famiglia. Siamo vicino Frosinone dove la comunità è stretta nel suo dolore.

Willy, perdonaci se non ti abbiamo saputo difendere. Se questo Paese alleva bestie capaci dei delitti più efferati.

Il bianco delle magliette indossate dai tuoi amici ai tuoi funerali, il silenzio del campo sportivo di Paliano attorno alla tua bara, il dolore che qualsiasi genitore può ben capire, sono la riprova dello scempio perpetrato ai danni di un ragazzo che stava seguendo la sua strada. E del fallimento di questa società. Non basta e non serve la venuta di politici a renderti l’estremo saluto.

Qui qualcosa non va di grande se questo giovane dallo sguardo puro,  vice cuoco con la passione per la Roma, questo figlio d’Italia con i genitori venuti da Capo Verde è morto a Colleferro, nel tentativo di metter pace tra due ragazzi che litigavano.

Willy, così esile nei suoi 60 chili a cercare di evitare la peggio per l’amico. Willy, morto per difendere un amico. Willy, vittima della  violenza inaudita di un branco tutto sesso, arti marziali, tatuaggi e pestaggi, cade inerme, stremato dalle convulsioni, con il respiro che viene meno.

Il gruppo, la forza del branco, la furia trova la sua ragione d’essere nell’esternazione della violenza più crudele. Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni, membri del branco erano intenti a consumare rapporti sessuali vicino al cimitero quando è arrivata la richiesta di aiuto da parte degli altri. E questi giovani che sui social mostravano fieri i loro corpi scolpiti con sguardi fieri, capaci di deliri di onnipotenza, ora, nel carcere romano di Rebibbia, temono per la loro incolumità. E’ per questo che chiedono di restare in isolamento dove si trovano, nel rispetto delle norme anti-Covid. Si sa,  coloro che popolano i luoghi con le sbarre alle finestre non apprezzano gli “infami” e li puniscono tra le stesse mura carcerarie.

Intanto il registro degli indagati per la morte di Willy, potrebbe corredarsi di nuovi nominativi: oltre ai fratelli Bianchi, Gabriele e Marco, oltre a Mario Pincarelli e Francesco Bellaggia sarebbero quattro i nomi da aggiungere, persone che pur non avendo partecipato al pestaggio, non l’avrebbero evitato.

Intanto proprio ieri, a Savona, sono stati arrestati cinque ragazzi e sequestrato un tirapugni, due coltelli a serramanico, uno sfollagente. Questo è una storia che avrebbe potuto avere un epilogo simile a quella di Willy. Tutto ha inizio con un ragazzo di 22 anni che viene accusato, pretestuosamente, di aver rubato una borsetta. Un membro del branco trascina per i capelli la vittima per oltre cento metri, poi chiama i rinforzi, il branco si fa avanti, assetato di violenza. Tutti tra i 22 ed i 33 anni. L’incubo dura quasi un’ora tra calci in testa, pestaggio e minacce con coltello in pugno. La vittima sviene con zigomo fratturato.

Altra storia: a maggio, Donato Monopoli, 22enne di Cerignola, viene barbaramente ucciso dopo essere intervenuto per sedare una rissa in un locale di Foggia. Per il suo decesso vengono arrestati due ventisettenni foggiani, poi a piede libero con obbligo di firma.

Eccolo il fallimento di questo Paese dove invece di proporre esempi da seguire assistiamo all’esaltazione di esempi da sfatare, fatti di  siparietti tra pose ostentate e fisici gonfiati. Dove sono l’empatia,la solidarietà, le sane passioni,  la bellezza dei gesti, i sentimenti veri?

Qui i finali superano l’orrore stesso.

Qui si muore nel pieno della vita, senza capire neanche bene il perché.

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