Viva la Repubblica, viva l’Italia

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di Pierre De Filippo-

“Noi, insieme, responsabili del futuro della nostra nazione. Viva la Repubblica, viva l’Italia”. Si conclude così il secondo discorso di insediamento del neorieletto Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il timing è seguito alla lettera: alle 15.15, il Presidente esce dal Quirinale e viene portato a Montecitorio, dove l’aspettano i Presidenti di Camera e Senato; sale nuovamente le scale fino allo scranno più alto, presta giuramento – “giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne la Costituzione” –, i ventuno colpi di cannone dal Gianicolo sparano a salve e lui comincia a parlare.

Il tono è sobrio, deciso, rigoroso di chi ha ormai raggiunto una certa confidenza con il cerimoniale, barocco e bizantino come sempre. È in queste occasioni che l’unità nazionale – di cui il Presidente della Repubblica è garante e primo interprete – trova una sua plastica manifestazione: riti, inni, tradizioni antichissime – perlopiù monarchiche, militari ed ecclesiastiche che la nostra giovane Repubblica ha fatto proprie – si mescolano tra loro. La Flaminia presidenziale scoperta, voluta da Gronchi per un viaggio della regina Elisabetta del 1961 che, se venisse, troverebbe ancora qui; la visita al Milite ignoto, gli onori militari, l’emozionante bellezza della Frecce tricolore, il Piave che continua a mormorar…

C’era grande attesa per il discorso di Sergio Mattarella dopo la rielezione obtorto Colle, come l’ha definita qualcuno. Ed invece è rimasto deluso chi si aspettava le stilettate alla Napolitano, chi si aspettava repliche piccate alla incapacità degli onorevoli parlamentari nel dare degna successione al suo mandato. Nessuna polemica, nessun astio, solo grande senso di responsabilità ed una visione complessiva di Paese sulla quale si sarebbe quasi potuta votare la fiducia tanto precisa, concreta e lucida è stata.

Ambiente, giovani, donne, legalità, lavoro, sanità. Democrazia, tanta democrazia. Perché è vero che, alle volte, “i regimi autoritari rischiano ingannevolmente di apparire, ad occhi superficiali, più efficienti di quelli democratici, le cui decisioni, basate sul libero consenso e sul coinvolgimento sociale, sono invece ben più solide ed efficaci”. E poi, il Parlamento – “il luogo più alto della rappresentanza democratica” – che deve smettere di essere vilipeso, in nome di una pur presente velocità di scelte e di decisioni, nel suo ruolo di garante di “regole di discussione, decisione e partecipazione”. Il tema è particolarmente sentito e tutta l’Aula si alza in piedi.

“La lotta contro il virus” – aggiunge – “non è conclusa” e anche se “la campagna vaccinale ha ridotto i rischi, non sono consentite disattenzioni”. Il lavoro di medici, infermieri e operatori sanitari non vada sprecato, il monito.

Le “sfide nuove” alle quali fa riferimento – citando l’aumento dei prezzi dell’energia e di beni di prima necessità – sono tante e difficili; ricorda che l’Italia è primo beneficiario dei fondi del PNRR e che, soprattutto, “rafforzare l’Italia significa anche metterla in grado di orientare il processo per rilanciare l’Europa […] il cui futuro non può risolversi in un grigio passaggio privo di visione storica”.

L’Italia, che è “l’emblema del bello”, deve ripartire dalla scuola, dall’istruzione, dalla formazione; dai giovani che “sono sovente costretti in lavori precari e malpagati, quando non confinati in periferie esistenziali”, gli studenti, la cui voce va ascoltata perché “avvertono tutte le difficoltà del loro domani” e delle donne, la cui dignità deve essere preservata da disuguaglianze – che “non sono il prezzo da pagare alla crescita ma il freno ad ogni sua prospettiva” – e dalle violenze perpetrate.

E poi, la dignità, “pietra angolare del nostro impegno, della nostra passione civile”, soprattutto nel suo “significato etico e culturale che riguarda il valore delle persone e chiama in causa l’intera società”.

Il tono si fa più assertivo solo quando si rivolge alle “nostre Magistrature”, rispetto alle quali “mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia, per troppo tempo terreno di scontro”. L’ordinamento giudiziario deve rispondere “alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini”; la riforma del CSM dovrà consentire all’organo di autogoverno della magistratura “di svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse professionalità e superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanerle estranee”.

Interrotto oltre cinquanta volte dagli applausi, il discorso di Mattarella segna, per certi versi, il ripetersi del patto che i Costituenti intesero siglare ormai quasi ottant’anni fa; c’è, nelle sue parole, la conferma di quanto positiva ed efficace possa essere la parola compromesso se, a distanza di anni, la nostra Norma fondamentale riesce ancora ad essere pietra miliare di libertà, diritti, crescita e sviluppo. Se riesce ancora a guardare al futuro.

Ci sono tutte, nelle parole di Mattarella, le tradizioni culturali che hanno fatto la nostra Costituzione: dai diritti inviolabili dei liberali, all’insistenza nei confronti della lotta contro le disuguaglianze di area socialista, fino ai tanti e accorati appelli alla dignità, che è elemento fondante della dottrina cattolica.

Forse occorre ripartire da qui, quando parliamo di riformare la scuola; forse occorre ripartire dalle origini, dalle basi; forse occorre innanzitutto fare degli italiani del futuro dei cittadini più forti, più consapevoli, più “educati”. Perché solo in questo modo saremo pronti ad affrontare le sfide che ci aspettano.

 

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