Un’estate italiana

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-di Pierre De Filippo

Forse non sarà – cantavano oltre trent’anni fa Gianna Nannini ed Edoardo Bennato – una canzone a cambiare le regole del gioco. Ma voglio viverla così quest’avventura: senza frontiere e con il cuore in gola.

Ed è proprio così che stiamo vivendo la nostra magica estate sportiva: senza frontiere e con il cuore in gola.

Ieri sera è stato il turno dell’Italvolley di Fefè De Giorgi, uno dei campionissimi della Generazione di fenomeni plasmata a metà degli anni ’90 da Julio Velasco e capace di numerose e clamorose vittorie. Ci ha messo in estrema difficoltà la Slovenia, squadra di alto livello, ma quest’anno – diciamocelo – nessun avversario in nessun campo avrebbe potuto fermarci. Perché quando il destino si impone, decide per sé e per gli altri.

Al tie-break, uno straordinario Michieletto, vent’anni da compiere, ci manda in paradiso e ci consegna il settimo oro europeo.

Un capolavoro.

La nostra magica estate italiana s’era, però, aperta qualche mese fa, a maggio, quando presso la Rotterdam Ahoy, in Olanda, i Maneskin ci avevano riportato sul tetto della musica europea. Un successo atteso oltre trent’anni che la band romana ha guadagnato con gavetta, tanta, e fatica. Partendo dalle vie di Roma, fino all’Ariston, prima dell’affermazione internazionale. La prima vittoria.

Poi, è arrivato Roberto Mancini con i suoi ragazzi. Una squadra presa dopo l’inopinata mancata qualificazione al mondiale di Russia del 2018, con tanta grinta – la garra, come dicono in Spagna – siamo riusciti a riprenderci l’Europeo che, dai tempi di Facchetti e di Roma 1968, ci era sempre sfuggito. Non la squadra più forte, non la squadra più belle ma la squadra più squadra, che era ciò di cui avevamo bisogno.

Lo stesso giorno della finale, l’11 luglio, sul perfetto manto erboso di Wimbledon, Matteo Berrettini sfidava il campionissimo del tennis Nole Djokovic. Una partita epica per una finale epica, che mancava all’Italia da più di un decennio. E, per quanto Berrettini alla fine non abbia vinto, s’è comunque conquistato un posto nell’olimpo nella nostra magica estate.

Il suo tour per le vie di Roma con la nazionale di calcio campione d’Europa è stato un giusto e meritato tributo.

Poi, sono iniziate le Olimpiadi: Tokio 2020 un anno dopo. Dopo tante polemiche, preoccupazioni e scetticismi – il Primo ministro nipponico Suga ha già annunciato che si dimetterà: troppo stress e troppe critiche – i Giochi sono filati via lisci come l’olio.

Ci aspettavamo molte medaglie; tante dal nuoto, tantissime dalla scherma dove, da sempre, eccelliamo. E invece, scottati da queste delusioni, ci siamo riscoperti amanti dell’atletica. Si, noi italiani amanti dell’atletica, chi l’avrebbe mai detto?

E invece arriva un muscoloso italo-americano, Marcel Jacobs che, nonostante gli sfavori del pronostico, corre come un dannato e taglia per primo il traguardo dei 100 metri. La disciplina olimpica per antonomasia.

Succede che Jacobs vinca il suo incredibile oro dieci minuti dopo che il nostro Gianmarco Gimbo Tamberi, alla cui storia fatta di infortuni e sfortuna c’eravamo tutti affezionati, sia saltato più in alto di tutti e, col suo amico qatariota Barshim, guadagni l’oro nel salto in alto.

Un uno-due straordinario, di quelli che – a distanza di anni – ciascuno di noi si chiederà dov’era in quei dieci minuti di fuoco.

E poi ancora il ciclismo, la staffetta maschile, i volteggi in aria di Vanessa Ferrari, il bronzo di Irma Testa, il karatè, la lotta e il judo.

La pallavolo ci aveva un po’ deluso: tanto la squadra maschile, quanto la femminile s’erano fermate ai quarti, nonostante le attese.

Ieri, l’Italvolley, ridisegnata e rivista dal nuovo coach, s’è ripresa ciò che aveva lasciato per strada, riguadagnandosi la sua reputazione di gruppo da battere.

Le ragazze, guidate dalla stella Paolo Egonu, ci avevano pensato qualche settimana fa, travolgendo in ordine Russia e Serbia, due corazzate, e salendo nuovamente sul tetto d’Europa.

Una estate magica e, forse irripetibile.

O forse no?

 

 

 

Foto Pixabay License

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