Un terremoto lungo quarant’anni

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-di Maria Gabriella Alfano- Un terremoto lungo quarant’anni-

Accadde la domenica sera del 23 novembre 1980. Eravamo davanti alla TV quando tutto cominciò a tremare. Mancò la luce. Annaspando nel buio ci giungeva il rumore di vetri rotti, di calcinacci che cadevano sul pavimento, le grida di terrore, l’ululato dei cani, il pianto dei bambini. Poi al buio, calpestando le macerie, scendemmo in strada. Ci ritrovammo con tanti altri, attoniti, sgomenti e impauriti.

Giunsero le prime notizie sull’epicentro, tra i comuni di Teora, Castelnuovo di Conza e Conza della Campania,  sulla magnitudo del sisma, 6,9 e sulla durata della scossa, 90 secondi circa. E poi via via le notizie sulle vittime che sfioreranno i 3000, sui feriti, sui crolli e devastazioni di edifici, tra cui anche alcuni in cemento armato, sui 490 i comuni interessanti dal sisma, di cui alcuni rasi al suolo.

I soccorsi arrivarono in ritardo, nonostante il grido “Fate presto” del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, riportato a caratteri cubitali sul quotidiano “Il Mattino”.

All’epoca lavoravo all’ufficio tecnico del comune di Cava de’ Tirreni. Fin dall’alba del 24 fui catapultata nella città per ispezionare gli edifici e valutarne i danni e l’agibilità. Applicai sul campo -non senza dubbi e preoccupazioni- le conoscenze teoriche degli studi universitari in materia di dissesti degli edifici per interpretare i quadri fessurativi e valutare se l’edificio fosse abitabile o da sgomberare, per decidere le opere provvisionali  o, peggio la demolizione di quelle pericolanti.

Le scosse di terremoto accompagnavano queste visite, scosse frequenti anche se di minore entità, tanto che alla fine finimmo col farci l’abitudine.

I tecnici comunali erano pochi, ma da subito ci fu la disponibilità di tanti liberi professionisti tra cui una delegazione di ingegneri e architetti del Nord Italia che condivisero l’esperienza che avevano maturato  nel terremoto che aveva colpito il  Friuli nel 1976.

Iniziò un periodo di attività frenetica: sopralluoghi, ordinanze di sgombero degli edifici, individuazione delle strutture per ospitare i senzatetto, quelle per individuare le aree in cui localizzare gli insediamenti provvisori.

Il terremoto aveva messo drammaticamente in luce il livello di impreparazione del nostro Paese a fronteggiare eventi catastrofici di quella portata. Non vi era la protezione civile, non vi erano aree destinate dai comuni a ospitare tendopoli, non vi era presso gli Enti locali personale formato per far fronte alle prime necessità della popolazione. Si andava avanti animati dal solo spirito di solidarietà. Da tutt’Italia giunsero  aiuti per soccorrere tanta gente che aveva perso tutto.

L’onorevole Giuseppe Zamberletti fu  nominato dal Governo  Commissario straordinario per l’emergenza del terremoto. Tra i primi atti, oltre a coordinare la catena di distribuzione dei generi di prima necessità e di primi insediamenti provvisori, emanò l’Ordinanza 80 che finanziava per 10 milioni di lire gli interventi di riattamento. Nel maggio 1981 entrò in vigore la legge 219 che prevedeva non solo la riparazione  e la ricostruzione degli edifici colpiti dal sisma, ma anche l’avvio di un processo di rilancio dell’economia dei territori con lo slogan “Ricostruzione-sviluppo”.

Un approccio condivisibile ma non sempre coerente con le necessità della popolazione terremotata. La legge 219 fu modificata una ventina di volte. Ogni modifica ampliò  la casistica degli interventi finanziabili e la tipologia dei soggetti ammessi a contributo. In tal modo, nonostante l’impegno di ingenti risorse, passò in secondo piano l’obiettivo principale di ridare la casa o l’attività economica a coloro che l’avevano persa a causa del terremoto.

Per quanto riguarda la ricostruzione, accanto a comuni virtuosi che promossero il mantenimento dei sistemi insediativi storici, altri ne mutarono radicalmente l’assetto introducendo tipologie edilizie estranee alla cultura dell’area, come le residenze a schiera o ricostruendo  edifici pubblici costosissimi, sovradimensionati rispetto alle esigenze della comunità.

La legge 219 privilegiò la demolizione e la ricostruzione ex novo degli edifici introducendo quale criterio prevalente  il “limite di convenienza” che comportava la demolizione dell’edificio se il costo di riparazione superava l’80% di quello di ricostruzione. Scarsa fu l’attenzione nei confronti degli edifici di valore storico non soggetti a vincolo.

Anche nelle zone rurali la ricostruzione finì per alterare radicalmente la trama del paesaggio agrario, soprattutto a causa degli interventi di ricostruzione fuori sito. Si consentiva di ricostruire in altre aree, anche  distanti da quelle originarie. E così è scomparsa tanta dell’edilizia storica “minore”,  importante testimonianza della nostra storia e della nostra cultura.

Purtroppo, a quarant’anni dal terremoto, il piano di ricostruzione non è ancora completamente concluso.

Sul piano normativo sono stati fatti molti passi in avanti con specifiche  leggi in materia di zonazione e di progettazione sismica; la protezione civile è ormai un segmento importante della struttura del Paese, a tutti i livelli di governo; gli aspetti geologici sono parte integrante degli strumenti di pianificazione del territorio. La messa in sicurezza degli edifici è da alcuni anni oggetto di agevolazioni fiscali.

Ma non basta. Purtroppo,  negli anni successivi ulteriori  terremoti devastanti si sono abbattuti in altre zone del nostro Paese e -ahimè- altri ce ne saranno.

E’ importante non dimenticare e diffondere la cultura della prevenzione, del rigore e della cura del territorio per mitigare le conseguenze di eventi naturali che possiamo prevedere ma non scongiurare.

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