Un Paese senza controlli

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di Giuseppe Moesch*

Ho insegnato praticamente per tutta la mia vita lavorativa, 45 anni fino alla pensione e ancora per altri due dopo, e spesso con insegnamenti con denominazioni differenti, ma sempre nel campo dei trasporti. Sono stato uno degli esperti del Piano Generale dei Trasporti dell’85 e delle seguenti verifiche ed integrazioni fino all’epoca in cui gli avvoltoi si sono fiondati sul settore. Mi hanno sempre considerato un filo ferroviere per la mia caparbietà nel portare avanti quel settore che ho considerato il più sicuro, il più rispettoso dell’ambiente, il più suscettibile di recepire le innovazioni, principalmente perché fortemente controllato dallo Stato.

Trenta secondi dopo la tragedia di Brandizzo, che è costata la vita a cinque operai, e ha distrutto per sempre la vita psichica ed affettiva, non solo delle famiglie delle vittime, ma anche dei due macchinisti del treno investitore, assolutamente incolpevoli, ma che si trascineranno per sempre l’orrore dell’evento – ed anche dei due sopravvissuti – senza aspettare le conclusioni dei tribunali che sviscereranno l’evento in tutti i suoi aspetti, sapevo da subito che c’era una responsabilità umana, ed al momento non sapevo di chi, se del rappresentante in loco delle Ferrovie o della responsabile della stazione.

Oggi sappiamo che con assoluto senso del dovere, la responsabile di stazione ha negato per ben tre volte l’autorizzazione all’inizio dei lavori in quanto il treno che doveva passare su quella tratta, non era ancora transitato.
I regolamenti della sicurezza ferroviaria sono assolutamente e rigorosamente concepiti per la salvaguardia delle vite degli uomini che lavorano in condizioni di potenziale pericolo, e salvo casi estremi, forse imprevedibili, il rispetto di quelle regole è una garanzia assoluta.

Molto si sta facendo per incrementare attraverso le nuove tecnologie informatiche quelle certezze sottraendo alla discrezionalità degli uomini le decisioni, rendendole sempre più automatiche; ovviamente si tratta di interventi costosi e complessi per cui esse vengono applicate con priorità alle linee a più alta intensità di traffico come quelle dell’alta velocità, ma man mano estendendole a tutta la rete.
Il problema davanti al quale ci troviamo, non è quello della ricerca di un colpevole politico, come qualcuno ha cercato di fare, o di cercare retroscena per lo scoop giornalistico di turno: il problema si concentra in uno slogan, ina specie di mantra che ho inculcato ai miei studenti e che suonava così:
“L’Italia è un Paese senza controlli”.

Si badi non ho parlato di regole, ho parlato di controlli, ovvero tutte quelle attività precedenti e successive prima del verificarsi di un incidente.
Si badi che non si tratta solo di quello da cui abbiamo preso spunto, o della Lamborghini che circola a 140 chilometri orari nelle strade interne di un quartiere residenziale, o dei/delle ciclisti/e milanesi, o delle auto che uccidono dei giovani su un marciapiede con alla guida un autista ubriaco o fatto di droga, o di una cordata in montagna che precipita perché ignorante delle regole, abbiamo visto scene di persone con infradito salvate dalle forze dell’ordine.

No, il problema è assai più complesso. Il grido d’aiuto di una donna che teme per la sua vita minacciata da maschi padroni, o stuprata dal branco, le scarcerazioni facili nel buonismo diffuso e nella incapacità di capire la personalità dei criminali, la piccola criminalità che viene trascurata per mancanza di personale o per le lentezze burocratiche con tempi biblici intercorrenti dalla denuncia o dalla flagranza o anche dalle lungaggini dei processi che scoraggiano i cittadini, o ancora dall’emergere continuo di casi di malversazione o di corruzione che appestano il Paese, senza parlare di leggi e norme che agevolano e legittimano i furbetti come il reddito di cittadinanza o i bonus, o le varie amnistie fiscali.

C’è una sola cosa che caratterizza tutte queste fattispecie che ho enunciato solo in minima parte ed è l’assenza del senso dello Stato e la consapevolezza che per un caso che emerge altre migliaia restano nascosti ed impuniti.
Ed ecco entrare in gioco il grande imputato, ovvero il sistema educativo, genitori e scuola, che per primi vengono meno alla loro funzione a cui si aggiunge la mancanza di controlli.

Come si può pensare che qualche centinaio o al più un migliaio di ispettori del lavoro possano controllare tutti i milioni di piccole, medie e grandi attività che caratterizzano il nostro Paese, ce ne vorrebbe forse uno per ogni azienda, ma come essere certi che non si accorderanno con la controparte?
Transigere può forse dare più respiro ad un lavoro che necessiterebbe di più tempo o forse permetterebbe alla squadra di tornare a casa prima, ma comporta come conseguenza l’eliminazione di quelle garanzie di sicurezza che sono state imposte sulla base di tragedie passate.

L’Italia rimane un Paese senza controlli e siamo noi i responsabili: se ci comportassimo tutti come la responsabile di stazione di Brandizzo, non dovremmo oggi parlare dei cinque morti sfracellati o di Palermo o di Caivano o di Casal Palocco o di Primavalle o di Milano.

 

*già Professore Ordinario presso la facoltà degli Studi di Salerno

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