Un appello ai giovani del Sud

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Lettera aperta- di Luigia Di Filippo-

Ogni suggerimento cadrebbe nel vuoto se non avessi la certezza che è sorta in voi una coscienza civica. Parto, dunque, da questa considerazione per sottolinearvi che vivete in condizioni idonee per partecipare alla res publica e possedete, oltretutto, la cultura e i mezzi di informazione.

Se in un periodo storico simile i vostri nonni o i vostri genitori si astennero – mi riferisco alla ricostruzione dell’Italia dopo il 1945 – non accadde per inerzia, ma per tragiche situazioni contingenti.

In primo luogo la guerra aveva segnato con un marchio di fuoco il corpo e l’anima di tutti noi, non solo per le privazioni, ma per le paure, le lacrime e tanto, tanto dolore. Poi eravamo privi di mezzi di informazione ed in molte famiglie non c’era neppure una radio; in più dilagava l’analfabetismo. L’unica leva su cui potevamo contare fu la voglia di risollevarci, di guardare lontano. E con il ventre vuoto e la mente piena di speranze sognavamo un futuro radioso, senza paure, senza affanni, senza ingiustizia, senza bombe (non dico senza olocausti, perché a scuola l’insegnamento della Storia terminava con l’Unità d’Italia). Ahimè, fantasie salvifiche di una realtà drammatica.

Allora ci soccorse l’America, sia per estromettere i tedeschi dalla nostra Patria, sia per fornirci aiuti economici per ricostruire quella immane devastazione. Per gli aiuti finanziari l’America istituì il Piano Marshall, un piano che non fu dettato da un atto d’amore verso di noi, ma dalla necessità di reperire mercati nel mondo per vendere le merci della sua superproduzione. Anche quella volta, come sempre è accaduto per il Sud, quei finanziamenti furono devoluti al Nord e a noi toccarono le briciole. Soprattutto ne beneficiarono gli imprenditori del Nord, infatti ci fu una ripresa economica inimmaginabile, generata da uno sviluppo industriale che risucchiò dal nostro tessuto sociale tutta la forza lavoro. Spinti dal desiderio di ricchezza, di benessere e di vita agiata, i nostri giovani abbandonarono le immense pianure e le colline fertilissime, nonché le loro radici. Presto appresero l’amarezza degli esuli e “di come sa di sale lo pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir l’altrui scale” (versi del canto XVII del Paradiso dantesco). C’è molta letteratura in proposito. Anche il cinema ha narrato alcuni episodi dell’epoca, uno su tutti Luchino Visconti nel film “Rocco e i suoi fratelli”. Del resto la “Questione meridionale” non è mai finita, infatti noi tuttora siamo “una razza inferiore”, come sostiene Vittorio Feltri.

In breve vi ricordo che l’uomo-operaio divenne un cavallo lanciato al galoppo verso la corsa alla produttività e i suoi sforzi e il suo valore servirono a creare un divario sempre più grande tra i ricchi e la stragrande maggioranza del popolo, costituito da salariati a basso costo. E fu Luciano Lama il difensore dei diritti degli operai, il cui destino rimase ancorato al destino stesso della fabbrica. Con l’avvento della crisi industriale, infatti, gli imprenditori del Nord chiusero i cancelli, delocalizzarono le proprie fabbriche nei Paesi dell’Est asiatico, ove gli operai potevano essere sottopagati e lasciarono i nostri operai al di là delle inferriate, senza lavoro e senza futuro. Tutto ciò è avvenuto con il consenso dello Stato che ha sempre profuso lauti finanziamenti agli industriali del Nord, di cui Agnelli ne fu l’emblema.

Nella situazione attuale è l’Europa a fornirci gli aiuti finanziari per combattere la devastazione procurata da un nemico invisibile e non possiamo accettare che gli errori si ripetano. Questo è l’appello accorato che vi rivolgo: esigete ciò che vi spetta, abbiate sete di giustizia e di uguaglianza, riscattate questa terra meravigliosa fatta non solo di bellezze naturali, ma di intelligenze superiori. Battetevi per la creazione di un mondo migliore, un mondo in cui non vi siano più pochi ricchi e tanti poveri, un mondo in cui sia consentito a ciascuno di trovare se stesso, la propria dignità, il proprio valore, di gestire la propria vita secondo la propria vocazione, nella pienezza del proprio essere qui, sulla Terra, una sola volta.

In bocca al lupo!

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