Umiliati e offesi. Ma da chi?

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-di Pierre De Filippo

Si chiama Alessio ed ha ventuno anni il ragazzo che, sabato sera, è entrato in campo durante il derby Inter-Milan. “So di aver sbagliato” dice “ma l’ho fatto per una cosa importante. Era una protesta per il lavoro precario”.

Il gesto, pacifico e solitario, di questo ragazzo chiude una settimana di scontri nelle piazze tra studenti e forze dell’ordine, a seguito della morte di Lorenzo Parelli, il diciottenne che ha perso la vita nel suo ultimo giorno di alternanza scuola-lavoro.

Per un attimo sembra di essere tornati indietro di oltre cinquant’anni, a quel 1 marzo 1968 in cui la Battaglia di Valle Giulia portò la contestazione anche in Italia.

Quelli erano “figli di papà”, come li definì Pierpaolo Pasolini. E questi?

Lorenzo Parelli muore nel pomeriggio di venerdì 21 gennaio, dopo essere stato colpito alla testa di un pesante attrezzo di lavoro alla Burimec, l’azienda friulana presso la quale stava svolgendo la sua alternanza scuola-lavoro. Un incidente tragico e drammatico che gli è costato la vita.

Ad una settimana di distanza, venerdì 28 gennaio, e a due settimane di distanza, venerdì 4 febbraio, centinaia di studenti sono scesi in piazza. Torino, Milano, Napoli sono state invase da ragazzi, al cui seguito c’erano anche diversi sindacati e centri sociali.

Inaspettatamente, la reazione delle forze dell’ordine è stata più che muscolare: cariche, manganellate, scudi e tenute antisommossa. Mancava solo l’olio di ricino…

Perché, viene da chiedersi, rompere una noce con un martello pneumatico? Erano davvero così temibili questi manifestanti? Era davvero necessaria una risposta simile?

“Le proteste giovanili esprimono anche voglia di partecipazione di un mondo, quello giovanile, che durante la pandemia ha sofferto l’isolamento, sono un segnale di vitalità della nostra democrazia. Ma la democrazia ha delle regole dalle quali non si può prescindere. Serve il bilanciamento del diritto di manifestare e la tutela della salute pubblica” ha riferito in Aula la ministra Lamorgese.

Non è mai saggio e serio giudicare chi occupa ruoli di responsabilità con la comodità di chi fa sostare le proprie terga sul divano. E però pare che la gestione, complessiva, dell’ordine pubblico in Italia non goda di buona salute e che troppe siano le cose da eccepire all’azione politica della ministra. Il rischio, politico, è quello di far rivalutare le inefficienti gesta del predecessore.

Ed è, però, un altro il tema sul quale vorrei concentrarmi. Perché gli scontri – da condannare senza sé e senza ma – finiscono, passano, rimangono nella memoria ma si archiviano ed invece c’è un messaggio sicuramente più resiliente che rimane.

I ragazzi sono scesi in piazza, si è detto. “Invece di essere fieri per una gioventù indignata voi la caricate?” si chiedeva l’attrice Anna Foglietta, per concludere con “volete ammutinare la gioventù pensante?”.

Ma, oltre a manifestare per “l’omicidio di un coetaneo”, cosa chiedevano i ragazzi in strada?

“Non possiamo parlare di incidente” dice Luca Redolfi, coordinatore nazionale dell’Unione degli Studenti “Ciò è successo perché gli studenti vengono messi a lavorare nello stesso identico contesto in cui muoiono quattro lavoratori al giorno”.

“… che il PD si lavi la faccia pubblicamente ci rincuora ben poco” dice Sara, diciassette anni, tra i manifestanti. “È proprio il Partito democratico ad aver introdotto l’alternanza scuola-lavoro e ora si meraviglia e si indigna di fronte alla violenza utilizzata per far tacere chi si rivolta contro questa”.

“Chiedere l’abolizione dell’alternanza, che sta trasformando la scuola in un’azienda o in un ufficio di collocamento” sostiene Ismaele, studente colpito alla testa da una manganellata. “Se la Lamorgese è la responsabile istituzione, Bianchi è il responsabile politico, perché nei contenuti non è diverso dalla Azzolina, che non era diversa da Fioramonti, che non era diverso dalla Fedeli…”

Vediamo, quindi, di capirci. Lorenzo è morto a causa dell’insicurezza sul lavoro – un problema enorme e affrontato con troppa indecisione – o a causa dell’alternanza scuola-lavoro?

Escludo di dover rispondere a questa domanda retorica.

Gli studenti, quelli che scendono in piazza per ricordare “l’omicidio di un coetaneo”, sono gli stessi che si stanno battendo affinché il ministro Bianchi si tolga dalla testa la possibilità di reintrodurre la prova scritta all’esame di maturità. Non sia mai si scopra che non sappiamo nemmeno parlare la nostra lingua, come troppe indagini confermano.

Gli studenti, spiace dirlo, confermano la loro politicizzazione e la loro eterodirezione, servendosi – perché di questo si tratta – dell’ennesima tragedia umana e familiare per l’ennesima ipocrita battaglia politica di chi vuole conservare uno status quo fatto di nessun merito, nessuna distinzione di valore e sei politici a gogò.

Troppo facile così, troppo comodo così.

Sono queste le menti pensanti? Sono questi i nobili giovani indignati? No. Per l’ennesima volta confermano la loro fragilità di pensiero critico ed il loro ben inculcato perbenismo un po’ snob.

E certo, se la scuola la distruggiamo così, cosa vogliamo aspettarci?

Umiliati e offesi? Si, a cominciare da loro stessi.

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