Tra il dire e il fare c’è di mezzo il Tevere

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-di Pierre De Filippo-

“Tra il dire e il fare c’è di mezzo il Tevere”, lo twitta genialmente Enrico Mentana e mai titolo fu più azzeccato. Perché il Tevere – quel Tevere – ha ricoperto sempre un ruolo di primo piano nella politica italiana, affiancandola, consigliandola, talvolta – come nell’immediato dopoguerra – sostituendosi ad essa (quando, nel 1943, gli Alleati sbarcarono a Salerno furono accolti dal Vescovo, unica autorità presente pienamente legittimata).

Da molti anni, però, la stretta ingerenza della Chiesa Cattolica nei confronti dello Stato italiano non aveva assunto tinte così forti e determinate e intenti così chiari.

Da molti anni non si assisteva all’invio di una “lettera informale” – come pure è stata definita e che suona un po’ come un ossimoro – spedita dalla Santa Sede direttamente a Montecitorio e a Palazzo Madama.

Il motivo? Il ddl Zan, di cui parlano ormai anche i sassi.

A parere della Santa Sede, il disegno di legge violerebbe il Concordato – quello istituito con Mussolini nel 1929 e modificato da Craxi nel 1984 – nella parte in cui imporrebbe anche alle scuole cattoliche di dare seguito, attraverso attività ed iniziative, alla Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, che si ricorderà il 17 maggio di ogni anno.

Il problema che il Vaticano pone è che, a suo dire – o meglio, per bocca e pugno del Segretario di Stato Pietro Parolin – la legge dovrebbe esentare le “sue” scuole dall’onorare quel giorno.

Certamente c’è la preoccupazione della Santa Sede e di ciascuno di noi” ha affermato il mons. Kevin Joseph Farrell, Prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, e che l’intento non è quello di “bloccare ma di rimodulare il ddl”.

Il motivo è, oggettivamente, risibile. E un’istituzione fondamentale per la vita di miliardi di persone nel mondo non può prendere posizioni sulla base di motivi risibili.

Il ddl lede il Concordato? Giuridicamente forse sì – in Vaticano sono attentissimi a leggere le carte – ma era proprio necessario entrare così a gamba tesa? Forse no.

E poi, a volerla proprio dire tutta, le scuole cattoliche vanno forse avanti con i soldi dell’8X1000? No, vanno avanti con le rette e con gli aiuti statali, per quanto l’articolo 33 della Costituzione dica in maniera chiara che “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”, se proprio vogliamo ragionare in punto di diritto.

E allora non possiamo essere miopi in alcuni casi e presbiti in altri, sulla base della convenienza.

Sta facendo molto discutere un video – una storia su Instagram – in cui Fedez si scaglia contro la Chiesa, ridicolizzandola e evidenziando tutti i suoi di problemi, le sue di lacune. Un messaggio, a mio personalissimo modo di vedere, poco condivisibile soprattutto per i toni. C’è, in particolare, un tema che egli tratta con irridente leggerezza: il problema degli abusi sessuali di alcuni sacerdoti nei confronti di minori. Atti di vera e propria pedofilia.

Il discorso è delicato ed è bene ponderare ogni parola: se è vero che il tono di Fedez è, probabilmente, inadeguato, è anche vero che la sostanza rimane. Ed una domanda sorge spontanea: la Chiesa ha ammesso queste responsabilità con estrema difficoltà e dopo che le evidenze l’avevano rese innegabili, ha scelto di seguire – per molto tempo – una linea molto morbida, quasi assolutoria, sicuramente fatta di opacità, non si è comportata come la più grande istituzione morale del nostro tempo.

Su queste basi, è stato proprio saggio affrontare questa proposta di legge in maniera così pretestuosa ma, al tempo stesso, spavalda e determinata? Dov’è finita la moral suasion con la quale tante e tante proposte sono state accantonate o hanno preso una piega diversa rispetto a quella ipotizzata? Dov’è finito il – per citare Bobbio – potere occulto di cui la Chiesa era principale interprete?

E poi, mi sia consentita una riflessione. Al diritto si lega un verbo più di ogni altro: contemperare. I diritti servono a contemperare esigenze, necessità, volontà diverse, in alcuni casi alternative. A chi espone il pericolo che, col ddl Zan, verrebbe limitata la libertà di espressione e d’opinione, spieghi come definire qualcuno frocio, ricchione, checca possa rappresentare un’esigenza da tutelare, un diritto da volersi vedere garantito.

Il disegno di legge Zan, chiariamolo, non è e non sarà la panacea di tutti i mali, se lo mettano bene in testa anche gli ultras dell’opposta fazione, gli zaniani più radicali.

Non basta, in questi casi, approvare un testo di legge per vedere le cose cambiare; serve incidere sulla cultura, sul rispetto e sull’educazione, tutti principi che si imparano e si insegnano in famiglia.

E, alle volte, anche nelle scuole cattoliche.

 

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