Simbologia dell’osteria nel Presepe napoletano

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-di Giuseppe Esposito-

Sul ripiano più basso del nostro scoglio troviamo, tra la Grotta della Natività e l’osteria, alcune figure di minor importanza, quali la trentasettesima, rappresentata dalla vecchie sedute a filare. In esse è facile riconoscere il richiamo alle tre Parche, Cloto, Lachesi e Atropo, raffigurate nella mitologia romana come tre vecchie filatrici scorbutiche, assimilabili alle Moire greche, esse sovrintendevano ai destini degli uomini. La prima tesseva il filo della vita; la seconda assegnava ad ogni uomo il suo destino, fissandone anche la durata; infine la terza, l’inesorabile, recideva il filo al momento stabilito. La lor figura ha sempre molto colpito gli artisti e, ad esempio, il Foscolo ne’ “I Sepolcri” così le immagina, quando descrive la battaglia tra i greci di Milziade ed i Persiani:

“E un nincalzar di cavalli accorrenti, scalpitanti su gli elmi ai moribondi. E pianti e inni e delle Parche il canto.”

La trentottesima figura è quella dei due vecchi che si scaldano al fuoco. La tradizione ha voluto vedere in essi il simbolo di Saturno e Rea. Saturno che nella mitologia romana diventa Crono, per il timore di essere spodestato dai figli, così com’egli aveva fatto col padre Urano, divorava tutte le creature che la moglie Giunone (La greca Era) gli partoriva. Ma quando nacque Zeus, la madre fece inghiottire a Crono una pietra avvolta nelle fasce. Così cresciuto Zeus, il Giove romano, evirò suo padre e ne prese il posto.

Ma veniamo ora ad uno dei loghi più caratteristici del nostro presepe, l’Osteria, che rappresenta il quarantesimo elemento del presepe. Il significato attribuito a questo luogo, posto accanto alla grotta della Natività, a cui è per  certi aspetti in contrapposizione. Qui vi è il senso del cibarsi in modo materiale, accanto, invece, il Bambino  appena nato offre un cibo spirituale. Ma la taverna allude anche all’episodio, riportato anche nelle sacre scritture, del viaggio di Maria e Giuseppe alla volta di Betlemme, allorquando alla ricerca di un ricovero per la notte furono rifiutati da tutti gli osti incontrati sul loro cammino. Quel viaggio è oggetto della poesia “La notte santa”, di Guido Gozzano:

“Avete un po’ di posto, o voi del caval grigio?/ Un po’ di posto avete per me e per Giuseppe?

Signori ce ne duole: è notte di prodigio; son troppi i forestieri, tutte le stanze ho zeppe. –

 Il camapanile scocca /lentamente le sette/ Oste del Moro, avete un rifugio per noi?

Mia moglie più non regge ed io son così rotto!/ Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:

Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto./Il campanile scocca/lentamente le otto.

 Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!/ Pensate in quel stato e quanta strada feci!

Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella./ Son negromanti, magi, persiani, egizi e greci.

 Il campanile scocca/lentamente le dieci

 Oste di Cesarea. – Un vecchio falegname?/ Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?

L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame./ Non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

 Il campanile scocca / le undici lentamente.

I versi di Gozzano aggiungono al nostro viaggio attraverso il presepe un gusto nuovo. Un’aria d’altri tempi. L’aria di quei Natali, quando ancor sedevamo sopra i banchi di scuola e la sorte ci accorava dei due stanchi pellegrini, umiliati dai dinieghi altezzosi di quegli osti.

Ma torniamo al nostro presente ed al viaggio attraverso i simboli del presepe. Le tavole imbandite riccamente davanti all’osteria richiamano, nell’interpretazione di alcuni altre tavole. Quelle delle nozze di Cana, ove Gesù trasformerà l’acqua in vino oppure quell’ultima cena, in cui sarà consumato il sacrificio di giuda.

Nell’immaginario popolare di Napoli e dintorni l’osteria è il luogo dei piaceri, dell’abbondanza di quel cibo sempre sognato dai ceti popolari, dove scorreva il vino in abbondanza e la musica allietava i convenuti. Era il luogo ove i viandanti si fermavano per una sosta e per riposare, ma era anche un luogo che godeva di pessima fama, dove gli uomini si abbrutivano, col vino, col gioco delle carte e dove spesso scoppiavano liti furibonde e brillavano le lame dei coltelli per i motivi più diversi, il denaro o qualcuna delle donne di malaffare che lì erano sempre presenti per adescare clienti. Ma anche era quello il luogo ove i locandieri biechi ed assetati di denaro arrivavano , talvolta, ad uccidere i clienti nel sonno per derubarli.

L’abbondanza poi dei cibi esposti sulla porta, le  salsicce, i caciocavalli, le carni fresche, i fischi di vino, i piatti di maccheroni ed i grossi filoni di pane riporta alla memoria quegli alberi della cuccagna, che fino alla fine del XVIII secolo, i regnati facevano approntare per il divertimento del popolino e degli aristocratici che assistevano allo spettacolo dai balconi di palazzo, quasi spettatori delle entiche arene ed anfiteatri romani.

Insomma lì, sul ripiano più basso dello scoglio, l’osteria coi suoi tavoli imbanditi, i suoi avventori, presi dalla vita reale suscita le interpretazioni più diverse, come accade a molte delle figure di questo presepe, che attinge ai miti, alla cultura popolare ed alla leggende, otre che alla religione e mescola il scaro col profano in una rappresentazione il cui fascino non cessa di meravigliarci.

Ma a quell’abbondanza ed a quelle tavole imbandite si può dare anche un significato ulteriore. Quei commensali ci ricordano il rito napoletano detto ’o cunsuolo, ma anche i più antichi banchetti funebri, ove la famiglia e gli amici si riunivano intorno imbandito in onore del defunto. Ma per questa via si può giungere anche a leggevi un accenno all’Eucaristia, ove il pane ed il vino diventeranno poi il copro ed il sangue del nostro Salvatore.

A sovrintendere alla taverna vi è lui l’oste, che sempre ha goduto di cattiva fama. Figura un po’ luciferina e che qualcuno ha avvicinato al Procuste greco. Il predone che tendeva tranelli ai viandanti nell’Attica, lunga la via Sacra tra Eleusi ed Atene. Li catturava e li uccideva battendoli con un martello sopra un’incudine a forma di letto. Poi si appropriava dei loro averi.

Luci ed ombre intorno a questo luogo che non manca mai accanto alla grotta dove i come il prodigio di un Dio sceso in terra per farsi uomo.

 

 

 

 

 

 

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