Settimana breve, salario minimo e smart working. I grandi interrogativi sul lavoro

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di Pierre De Filippo-

In Italia si parla costantemente di lavoro. Di lavoro che manca, di lavoro sottopagato, di lavoro nero, di disoccupazione giovanile. Sembra di sentire Massimo Troisi quando si domandava, come solo lui sapeva fare, se il lavoro – semplice e onesto – in Italia ci fosse davvero o fosse, invece, una chimera. Il lavoro c’è. C’è la domanda e c’è l’offerta: peccato che facciano così fatica ad incontrarsi. Questo è un articolo sul lavoro. L’ennesimo, direte. È vero. Ma è un articolo strano perché prova, umilmente, a fare un ragionamento più ampio rispetto a quelli che sentiamo tutti i giorni.

Partiamo da due presupposti, due fatti che sono oggettivi. Il primo: la pandemia – che ha sconvolto le nostre vite, ci ha imposto di modificare le nostre abitudini, ha causato morte e sofferenze – ha rappresentato un momento catastrofico e radicalmente innovativo. In tanti, tantissimi si sono posti domande esistenziali: faccio quello che mi piace? Vivo una vita felice? E, evidentemente, si sono risposti di no, almeno da un punto di vista lavorativo.

Francesca Coin, nel 2023, ha scritto un libro – Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita – che ben sintetizza il tema. In tanti, tantissimi hanno lasciato il posto fisso in banca, alle poste, in qualche pubblica amministrazione per ritirarsi in campagna o al mare o in qualsiasi altro dove per fare, essenzialmente, ciò che avevano sempre sognato. Perché la pandemia ci ha insegnato che, a conti fatti, la vita rimane una fumata di sigaretta.

Il secondo presupposto è questo: l’Italia soffre da trent’anni di una terribile crisi della produttività. Significa che non impieghiamo in maniera ottimale gli input che immettiamo nel processo, capitale e lavoro. C’è bisogno di una cura shock, di qualcosa che vada oltre lo sperimentato per tirarci fuori da questa stagnazione, da questa inerzia nella quale siamo caduti.

Ultimamente si sta tanto parlando della cosiddetta settimana corta: si lavora fino a giovedì e poi venerdì, sabato e domenica relax, riposo. Un esperimento portato avanti da Intesa San Paolo e che ha convinto anche Luxottica, Lamborghini e Sace.

È ciò di cui abbiamo bisogno? Non so. Avremmo, io credo, maggiore bisogno della settimana flessibile. Lavorare, chiaramente coerentemente con quelle che sono le mansioni, quando, dove e come è meglio per il lavoratore; porlo davvero nelle condizioni di vivere il momento lavorativo come efficace e stimolante. E qui arrivo al secondo punto: una visione come questa si fonda sull’idea che il lavoro debba essere una obbligazione di risultato e non di mezzo. Eliminiamo i badge, eliminiamo gli appelli e le campanelle che suonano e affidiamoci al raggiungimento di obiettivi. Chiari, misurabili e inequivocabili, certo, ma che devono essere raggiunti sulla base delle esigenze del lavoratore. Chiaramente se c’è un’utenza alla quale rispondere, non c’è bisogno di precisarlo, sarà necessario impostare l’orario lavorativo in un certo tipo. Ma se non c’è perché dobbiamo annoiarci ore e ore in uffici freddi e desolati?

E allora sì, sì tutta la vita allo smart working, che non è una furbata all’italiana per lavorare in pigiama o per non alzarsi la mattina come qualcuno crede (anche qualche ex ministro) ma una possibilità per chiunque voglia sfruttarla. Sono solo e vorrei andare in ufficio anche di domenica? Ben venga, anche questo significa porre il lavoratore nelle condizioni di vivere meglio e, quindi, lavorare meglio ed essere più produttivo. Ma se sono una neomamma e non ho – perché non ce li ho – gli strumenti (vedi asili nido) per conciliare famiglia e lavoro? Devo avere diritto a lavorare in smart.

Lavoriamo tanto. Lavoriamo (in termini di ore) più di Germania, Francia, Regno Unito, Spagna, Danimarca, Olanda, Svezia. Ma siamo meno produttivi.

Lavoriamo tanto ma utilizziamo la tecnica del “rosicchio”: pause pranzo sempre più lunghe, pause caffè, pause sigarette, pause conviviali coi colleghi d’ufficio, coi colleghi di piano, coi colleghi di struttura, con gli uscieri. Il “rosicchio”, però, non ci fa sentire meglio, meno alienati, meno frustrati.

Non è reale tempo libero. È un’illusione che certifica una volta di più quanto il nostro modello di lavoro non sia improntato alla produttività.

Chiudo con un ultimo punto: il lavoro povero.

Il lavoro povero è inammissibile per un Paese che vuole definirsi civile. È la condizione in cui si trova chi, pur lavorando, non raggiunge livelli economici (e quindi sociali, e quindi culturali, e quindi di piena autorealizzazione) decenti.

Come sappiamo, i salari italiani sono diminuiti del 2% negli ultimi trent’anni. In Francia e in Germania sono aumentati del 30%, giusto per capirci.

Quando i sindacati si oppongono al salario minimo – che sarebbe lesivo della loro autonomia contrattuale – verrebbe da chiedergli dove sono stati in questi ultimi trent’anni. E se c’erano, cosa facevano? Dormivano?

L’argomento è appassionante, complesso e lungo. Se ne potrebbe discutere all’infinito. Come “sistema Paese” (per usare un’altra espressione più che inflazionata) dobbiamo ricalibrare completamente la nostra idea di lavoro e di rapporto tra lavoro e tempo libero.

Dobbiamo conciliare l’attività che, proverbialmente, nobilità l’uomo con questo nuovo umanesimo post-pandemico, che ci ha confermato una volta di più quanto la vita sia, al tempo stesso, importante e sfuggente.

Non possiamo perdere tempo ad annoiarci.

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