Se questo è un uomo

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di Pierre De Filippo-

Non può certamente essere ridotto a questo: alla caduta su una buccia di banana, uno scivolone, l’eccidio – perché di questo si tratta – che si è consumato oggi a Bucha, città ucraina alle porte di Kiev. Non può essere ridotto a ciò in primo luogo perché sarebbe comprensibilmente riduttivo ma anche perché, in secondo luogo, quello ordito dall’esercito russo, lungi dall’essere un inciampo, il frutto di un fuoco incrociato, un “incidente”, è un genocidio premeditato di civili.

“Il massacro di Bucha è stato deliberato. I russi mirano ad eliminare il maggior numero possibile di ucraini. Dobbiamo fermarli e cacciarli via” twitta il ministro Kuleba a mezzogiorno.

Chiaramente, seguono sanzioni ancora più severe: “nuove devastanti sanzioni del G7 ora: embargo su petrolio, gas e carbone; chiudere tutti i porti alle navi ed alle merci russe; scollegare tutte le banche russe da Swift”.

C’è tutta la rabbia, l’indignazione e la disperazione di un popolo che sta vivendo giorni atroci, che diventano sempre più atroci perché ad una fase di disgelo e di aperture ne segue sempre una ancora più cruenta e drammatica.

Ma ormai con questa guerra stiamo purtroppo familiarizzando – con questa guerra, lo sottolineo, non con la Guerra; con quella non si può mai familiarizzare perché non può mai essere qualcosa di “normale” – e allora conviene indarne il senso delle cose più che le cose in sé, come direbbe Cassese.

Questo eccidio è ancora più doloroso proprio perché deliberato. Ed è deliberato perché ha lo scopo di sfiancare le resistenze ucraine. C’è qualcosa di profondamente vigliacco in questo comportamento, di profondamente inumano e selvaggio, c’è davvero il sonno della ragione che ha colpito un leader, Putin, ed il suo esercito e dal quale pare che nessuno riesca a destarli.

Un eccidio ancora più doloroso perché è come se fosse la versione 2.0 dei continui e frequenti attacchi a centrali nucleari, a fonti di rifornimento energetico, a depositi di scorie dei giorni scorsi.

Un terrorismo psicologico che spiaccicherebbe le resistenze mentali anche di un popolo orgoglioso quali sono e quali hanno dimostrato di essere gli ucraini.

Ma questo eccidio, per evitare che diventi anche insuperabile, memorabile, è necessario che venga metabolizzato, che entri a far parte della memoria collettiva e che rimanga da monito per ricordare a ciascuno di noi dove si è spinto l’essere umano.

Questi morti moriranno ogni giorno se non saranno ricordati e se, soprattutto, non si rimedierà a quest’orrore con la riflessione, col pensiero, con l’insegnamento.

Il dolore di questa gente, di queste madri, di questi padri rimarrà tale se non riusciremo a fare tesoro di quest’assurdità.

Nulla cambierà se ciascuno di noi, comodo nelle proprie case, non avvertirà, forte, quel senso di solidarietà e di fratellanza che, solo, rimargina le ferite più pungenti dell’anima.

Perché oggi, come ottant’anni fa, viene da chiederci se, per davvero, è questo un uomo.

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi”

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