Scacco al Matto

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Casa Bianca a Biden, dietro l’angolo i ricorsi degli sconfitti e la Corte Suprema di Antonino Papa

Abemus Biden! Dalle urne l’imprimatur al Democratico ad occupare lo Studio Ovale dal 21 gennaio 2021 ad ottobre 2025, futuro sufficientemente lontano da far dimenticare polemiche e disordini che hanno caratterizzato questo pessimo 2020 e messo a dura prova anche l’economia dalla più potente nazione al mondo già pesantemente colpita dal COVID-19.

Alla fine l’ha spuntata l’uomo della diplomazia, colui che ha raccolto consensi anche tra gli avversari forse stanchi di una crisi che dura da 10 mesi e mal gestita dall’Amministrazione a guida repubblicana.

A nulla è servita la “strategia dell’Uomo Forte”, messa in atto da Trump per infondere sicurezza tra i cittadini, e tantomeno il “decisionismo fulmineo” (lo definirei precipitoso) con il quale si è tentato di governare una Nazione in balia delle onde. Pandemia, scontri tra bianchi e neri, guerre commerciali ed ideologiche e perdita di occupazione hanno fatto venire a galla i limiti di un uomo d’affari prestato alla politica.

Probabilmente il risultato sarebbe stato opposto in assenza della pandemia che ha trasformato, da ordinaria a straordinaria, la gestione amministrativa portando sullo sterrato un “Presidente da autostrada”, abituato a contornarsi di uno staff i cui membri non si sono rivelati all’altezza della situazione nella loro azione di supporto strategico e di consulenza.

Tenendo in debita considerazione gli strascichi legali che questo risultato ha generato, soffermiamoci su come sarà l’America di Joe Biden, nonostante anch’egli abbia uno scheletro nell’armadio rappresentato dal figlio Hunter.

Sul  computer di quest’ultimo, John Paul Mac Isaac, titolare di un centro di assistenza Apple nel Delaware in cui giaceva il computer, probabilmente dimenticato da Hunter Biden, scoprì, attraverso i suoi tecnici (lui è affetto da cecità) il contenuto compromettente memorizzato nell’hard disk. Temendo per la sua incolumità, l’uomo  avrebbe fatto una copia del contenuto per poi consegnarla all’FBI che a dicembre 2019 ha proceduto al sequestro del computer stesso ed a settembre 2020  ha consegnato i dati a Rudy Giuliani, avvocato e consigliere del Presidente Trump. Era proprio lui ad indagare da tempo sui “loschi affari” in Ucraina e Cina in cui si era cacciato lo “scapestrato” figlio di Joe Biden, “mettendo a repentaglio la sicurezza nazionale” e spendendo, in giro per il mondo, il nome del padre Joe. Sarebbe poi lo stesso figlio di Biden l’ autore di presunti scandali a sfondo erotico, vicende abbastanza intricate da affrontare in un capitolo a parte.

Rientrando sulla strada maestra, dopo questo piccolo ma importante excursus che spero perdonerete, proiettiamo nel futuro gli USA di Joe Biden per meglio comprendere il risultato delle urne.

Biden non è meno “imperialista” di Trump, così come non lo era neanche Obama (sotto la cui presidenza gli USA sono stati coinvolti in vari conflitti in giro per il mondo, cosa che non è accaduta durante i quattro anni di reggenza Trump nonostante sia stato definito “guerrafondaio come Bush”). E’ semplicemente più diplomatico e, come ogni americano, non abbandona l’idea di “un’America forte e dominante” sul palcoscenico internazionale, sia a livello commerciale che finanziario e geopolitico, in linea con il principio della centralità degli Stati Uniti.

Non rivedremo mai più duri scontri diplomatici con la Cina né sentiremo frasi simili a quella pronunciata da Mike Pompeo (Segretario di Stato dell’amministrazione Trump) all’indomani dell’accordo commerciale tra Italia e Cina (Via della seta): ve ne pentirete, parole indirizzate all’Italia rea di favorire l’espansionismo commerciale Cinese in Europa, anche alla luce dell’accordo sul 5G.

Saranno rivisti anche gli accordi di sostegno al Regno Unito post Brexit, eletto da Trump a base strategica, per penetrare commercialmente in Europa ai danni di Germania, Francia ed anche Italia ma soprattutto per ostacolare la Cina.

La presidenza di Biden sarà “silenziosa” ma efficace e ben distante dalla teatralizzazione sciorinata dal suo predecessore, basata sulla diplomazia ed allo stesso tempo di forte impatto, celando, per ovvie e comprensibili ragioni, il concetto di “America first” ben radicato anche nei democratici.

I test interni da superare, che probabilmente hanno determinato la vittoria di Biden, saranno la risalita dell’indice di occupazione e l’assistenza sanitaria che dovrebbe riprendere il discorso iniziato da Obama. Vi è poi da  aggiungere la sfida energetica e non da ultimo i rapporti con i Paesi mediorientali e del mondo arabo, Israele in primis.

Rivangando il proverbio non dire gatto se non ce l’hai nel sacco, aspettiamo il giorno in cui Joe Biden siederà sulla poltrona più bollente del mondo, saranno quattro durissimi anni.

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