Saman Abbas, un nuovo femminicidio

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di Clelia Pistillo-

La violenza sulle donne in questi giorni ha il nome di Saman Abbas, una ragazza di 18 anni originaria del Pakistan che si presume sia stata uccisa dallo zio, di comune accordo con i suoi genitori, per aver rifiutato un matrimonio combinato con un uomo più grande di lei.

Saman aveva denunciato violenze e pressioni e si era allontanata dalla sua famiglia di origine a dicembre, in seguito aveva ricevuto accoglienza presso una struttura gestita dai servizi sociali nella zona di Bologna per poi recarsi soltanto a fine aprile presso l’abitazione dei suoi genitori nell’intento di recuperare i propri documenti.

Un’ ipotesi, quella dell’omicidio, che si fa sempre più plausibile dato che lei stessa, conscia del pericolo imminente, aveva invitato il fidanzato ad allertare le Forze dell’ Ordine qualora non avesse ricevuto sue notizie entro 48 ore. Ad avvalorare l ipotesi dell’ omicidio ci sono, oltre ai timori della stessa giovane esternati in un audio inviato al compagno, anche le immagini dei parenti ripresi della videosorveglianza dell’ azienda del padre con in mano delle pale, forse nel tentativo di occultarne il cadavere. Pare inoltre che da alcune intercettazioni siano emersi dettagli relativi ad un “lavoro fatto bene”.

Tutti indizi molto inquietanti e sebbene la ragazza al momento risulti ancora formalmente scomparsa, ogni cosa conduce verso un’ unica direzione, quella dell’ omicidio, che addirittura sembrerebbe essere stato premeditato.

La vicenda è stata immediatamente strumentalizzata  leggendo questo episodio in chiave religiosa per agitare un’opinione pubblica già sensibile su questi temi. In particolare si tende a mettere sempre l’accento sull’ incapacità di chi vive in Italia di rispettare la nostra costituzione e le nostre regole. La verità è sempre più complessa di ciò che appare. Associare questo reato alla diversa etnia o religione è una gravissima semplificazione che non ci fa comprendere bene quanto accaduto e non ci aiuta a centrare il problema.

Piuttosto ciò che dovrebbe farci riflettere è l’inadeguatezza delle leggi italiane che non tutelano i migranti di seconda generazione pur essendo nati e cresciuti in Italia. L’attuale normativa, infatti, affida i documenti di soggiorno alla famiglia di origine anche in presenza di violenze documentate e denunciate. Questa lacuna normativa rende ancora più difficile il percorso di integrazione e di inserimento nella nostra società.

Uno stato di cose che isola queste persone ancora di più in quanto finiscono per non identificarsi né con la cultura del paese di origine, né con quella del paese in cui sono cresciuti ed il caso di Saman ne è l’esempio più lampante. Se infatti non si fosse recata presso la sua famiglia di origine a recuperare i suoi documenti probabilmente nulla sarebbe accaduto.

In questi casi le donne sono sottoposte ad un doppio isolamento. È su questo aspetto che dovremmo lavorare, pretendere leggi adeguate e tutele per tutte.  Dobbiamo cominciare a mettere in atto ogni strumento a nostra disposizione per implementare l’informazione, l’educazione, l’integrazione tra culture differenti ed il dialogo. Tutto questo a cominciare dalla scuola che dovrebbe essere concretamente laica e dovrebbe colmare il divario che esiste tra i vari tipi di famiglie.

In Pakistan inoltre i matrimoni combinati sono vietati per legge ma rientrano tra quelle abitudini tribali, frutto di secolari tradizioni patriarcali, presenti in forme diverse in tutto il mondo, alle quali si cerca di dare una veste religiosa ma che non trovano nessuna giustificazione.

Inoltre porre l’attenzione sull‘aspetto religioso finisce per avere un’ altra conseguenza negativa: rendere meno gravi agli occhi dell’opinione pubblica gli episodi di violenza che ogni giorno si consumano qui, come se avere un altro movente rispetto a quello religioso rendesse più tollerabili i femminicidi che in Italia avvengono con la frequenza di uno ogni tre giorni.

Ma quante donne italiane vengono ammazzate da mariti gelosi o da padri possessivi? Il problema è sempre lo stesso, cioè la convinzione di poter disporre della libertà delle donne.

Quella di Saman purtroppo si aggiunge ad altre storie di ragazze che hanno pagato a caro prezzo la loro voglia di vivere la propria vita senza adeguarsi e sottomettersi a dettami imposti dal sesso maschile.

Purtroppo quella sulle donne è una violenza che non ha ceto sociale, religione o etnia e si consuma quotidianamente in ogni angolo del mondo, l’omicidio è solo l’ultimo atto di una serie infinita di prevaricazioni.

Quindi dire che Saman volesse vivere all’occidentale è una distorsione perché innanzitutto nell’ Occidente il maschilismo è vivo e vegeto (ricordiamo che in Italia fino a pochi decenni fa il delitto d’onore ed il matrimonio riparatore erano presenti nel nostro ordinamento) e poi perché dobbiamo rivendicare il diritto di vivere liberamente, ciascuna a modo proprio, tutelate da diritti universalmente validi e riconosciuti ovunque.

La storia di Saman è quella di un femminicidio non diverso dagli oltre 40 (ricordiamolo ancora una volta) che da gennaio 2021 sono avvenuti in Italia per mano di mariti, padri, compagni violenti. Tra questi uomini e quelli che potrebbero aver ucciso Saman c’è solo una cosa in comune: tutti sono maschi.

Qualcuno diceva che per problemi complessi esistono soluzioni semplici, che sono sbagliate.  In effetti l’approccio semplicistico a certe tematiche così delicate oltre a denotare una mancanza di profondità di pensiero, mette in luce la volontà di negare il reale problema, per non doverlo affrontare. Alcuni temi chiedono di essere analizzati con estrema delicatezza e soprattutto andando a fondo scavando e sviscerando le motivazioni che stanno alla base di alcuni eventi, come la violenza sulle donne. Ma le narrazioni superficiali sono utili e funzionali alla propaganda di questo o quel politico e fanno leva su un radicato pregiudizio verso le culture e le religioni diverse dalla nostra.

Così anche la presunta morte di Saman non è più un femminicidio ma un omicidio il cui unico colpevole è l’Islam. E magari ad indignarsi sono gli stessi uomini che picchiano le mogli e ogni giorno affermano la loro mascolinità occidentale e il sesso femminile che ha così interiorizzato il maschilismo da non vederlo neppure, come se ci fosse un  più  violenza più giusta di altre. E così si finisce per usare ancora le donne, in questo caso Saman, come armi, come pedine per alimentare una guerra tra culture o religioni. Ma non è questa la chiave di lettura giusta. Io credo che si debba chiamare ogni cosa col proprio nome, centrare il problema e convincersi che ciò che avrebbe spinto, il condizionale è d’obbligo, lo zio di Saman ad ammazzarla non è più grave di ciò che spinge ogni giorno in tutto il mondo qualunque uomo ad uccidere una donna.  A ribellarci a questa narrazione distorta, e a non farci strumentalizzare dovremmo essere prima di tutto noi donne, per rispetto di Saman e di tutte le vittime.

 

Immagine tratta dalla trasmissione tv “Chi l’ha visto?”

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