Ricordando Simonetta Lamberti

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-di Maria Gabriella Alfano

29 maggio 1982, ore 16:30. Simonetta Lamberti, undici anni, è colpita a morte nell’agguato camorristico contro il padre Alfonso, Procuratore capo a Sala Consilina, impegnato in prima linea nella lotta contro la malavita organizzata.

Ciò che avvenne lo ricorda lo stesso Giudice nel suo libro “Frammenti di dolore”(Palladio Edizioni).

Racconta che quel giorno era tornato a casa prima del solito, in tempo per poter pranzare con i suoi.  Quell’inaspettato pomeriggio libero gli era sembrata l’occasione buona per trascorrere un po’ di tempo con la figlia che gli aveva chiesto più volte di andare al mare. Simonetta accolse con entusiasmo l’idea e, superati i tentennamenti della madre Angela, salì con lui in auto alla volta di Vietri sul mare.

<<Eccola, esce nel suo costume rosa, stretto ai lati e lo tira su a fatica….Mi sembra tutto irreale: un’ora senza pensieri e preoccupazioni, avere la bambina tutta per me, stare da soli, caso eccezionale, con lei soltanto, parlare insieme, come quasi mai mi capita.

Ci sediamo sulla sabbia tiepida, incominciamo a rincorrerci, faccio finta di arrancare per farla arrivare per prima sul bagnasciuga.

Mette i piedi nell’acqua e si ritrae istintivamente: “Pa’, l’acqua è fredda e sporca, non possiamo fare il bagno; ma non fa niente, basta che stiamo un poco insieme perché non ti vedo mai”…>>

Giocano insieme con la sabbia. Simonetta ha caldo, chiede un gelato che il padre non riesce a trovare nei chioschi e nei bar aperti. Si sta facendo tardi e la bambina vuole tornare a casa a fare i compiti. Risalgono in auto.

<<Simonetta si rilassa subito sul sedile alla mia destra, apre il finestrino, mette il braccio fuori: ”Fa caldo, perché non apri un po’ il ventilatore?”

Incominciamo a salire per i tornanti che portano a Vietri; si sente il ronzio del condizionatore nell’assolato pomeriggio di questo splendido maggio. Imbocchiamo la Statale 18, Salerno-Cava; sorpasso un filobus e una fila di auto in corsa; accelero in terza, innesto la quarta, siamo sui cento orari e con la stessa velocità abbordo le larghe curve.

Simona sta tranquilla, serena, distesa; è ormai abituata alla mia guida, da anni; è molto rilassata e sembra appisolata. Poche parole, qualche breve commento su una 127 bianca che ci sorpassa, con nostra meraviglia, per ben due volte. Svoltiamo l’ultima curva in salita; sorpassiamo l’ospedale di Cava a duecento metri dal rettilineo che porta a casa.

Su quest’ultimo tratto mi giro verso la bambina; Simonetta sta sempre con il braccino destro sospeso nell’aria, i capelli scompigliati, gli occhietti socchiusi.

Questa è la sua felicità, anche la mia, per un’ora trascorsa insieme alla mia bambina!

Ecco… a questo punto, in questo momento preciso… improvvisamente…un tuono fragoroso, assordante, un boato enorme, che entra nei timpani e prorompe nella mia testa.

“Gesù” penso subito, “è scoppiata l’aria condizionata!”

Avverto, inconsciamente, ma con lucidità, che la macchina ha dei sussulti ritmici, continui, brevi: come se traballasse.

Mi giro verso Simonetta, mentre mi accorgo che mi cadono gli occhiali, prima sul naso, poi a terra. Vedo perfettamente la bambina; sta nell’identica posizione di prima, soltanto mi accorgo che ha gli occhi chiusi.

“E’ svenuta, forse, per il fragore o per paura”, penso.

Sono attimi, mentre sento alla mia sinistra un rumore di vetri infranti.

Mi giro, i vetri del finestrino a lato guida non esistono più; restano frammenti aguzzi e sporgenti. Mi alzo dal sedile, sto per aprire la portiera; vedo alcune persone a me sconosciute che mi sono vicine; sento grida, urla, imprecazioni, ma non capisco le parole; soltanto un giovane che grida. ”Mamma mia, facciamo presto!”

Mi ritrovo dinanzi all’auto in mezzo alla strada, fermo; vedo Simonetta tra le braccia di un altro giovane sconosciuto; con un’altra persona mi portano o mi accompagnano su un’auto insieme alla bambina; duecento metri, l’ospedale, il pronto soccorso. Distendono subito Simonetta su un lettino.

Per la prima volta mi accorgo di un minuscolo rivolo di sangue che le scorre da un orecchio, gli occhi sempre chiusi, mi sembra che non respiri”…>>

Questa la cronaca che scandisce i drammatici minuti dell’agguato camorristico in cui Simonetta fu strappata alla vita. Otto colpi di una calibro 38, sparati da un’Audi che affiancò l’auto con a bordo il magistrato e la figlia. Alfonso Lamberti fu ferito alla spalla e alla testa. Simonetta fu portata al Cardarelli e operata d’urgenza, nel tentativo disperato di salvarle la vita. Purtroppo fu tutto inutile.

Da quel giorno il Giudice ha dedicato la sua vita alla ricerca dei responsabili della morte della figlia. A distanza di molti anni è stato individuato un unico colpevole, tale Antonio Pignataro, condannato a trent’anni.

Il Comune di Cava de’ Tirreni, intitolò a Simonetta lo Stadio comunale e collocò una stele nel luogo dell’agguato, successivamente spostata in altro luogo per consentire l’esecuzione dei lavori del Trincerone ferroviario. Ora che i lavori sono ultimati, in tanti chiedono che la stele torni al suo posto.

Ho incontrato in varie occasioni il Giudice Alfonso Lamberti percependone il tormento e il rimorso al pensiero che la figlia fosse morta al suo posto e a causa della sua attività.

Ciò che più lo rattristava era il timore che Simonetta fosse dimenticata. Voleva che la sua morte, mostrando la ferocia di cui è capace la criminalità organizzata, indicasse ai giovani l’importanza di vivere nella legalità e nel rispetto della vita umana.

Fra le tante iniziative, il Giudice contattò l’Associazione L’Iride per istituire, nell’ambito del Concorso letterario Città di Cava de’ Tirreni, un Premio dedicato a Simonetta, riservato alle opere di letteratura scritte per i giovani, coinvolgendo le scuole superiori. Iniziativa che anche dopo la scomparsa del Giudice, avvenuta nel settembre 2015, continua per volontà dei suoi familiari.

Nel corso delle manifestazioni del Premio Città di Cava de’ Tirreni, centinaia di giovani studenti e Autori hanno ascoltato sbigottiti la lettura drammatica degli ultimi momenti di vita di Simonetta, il cui ricordo si è riverberato nell’intero Paese, ispirando scritti e componimenti poetici.

Ricordare ogni anno il 29 maggio 1982 significa custodire e tramandare la memoria di un evento drammatico della storia collettiva della nostra comunità e l’idea che l’illegalità va contrastata ad ogni costo.

Solo così Simonetta non sarà morta invano.

 

 

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