Raffaele La Capria esce di scena

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di Giuseppe Esposito

 Si è spento ieri, 26 giugno, Raffaele La Capria che ha mancato il traguardo dei cent’anni per appena un soffio. Nato a Napoli il 3 ottobre 1922, avrebbe compiuto cent’anni il prossimo autunno.

La Capria è lo scrittore che, ogni volta che lo sentivo nominare, mi faceva affiorare alla mente l’immagine solare di palazzo Donn’anna, luogo in cui lo scrittore aveva trascorso la sua giovinezza.

Era quella l’immagine di un’altra Napoli. Quella della città degli anni Cinquanta che recava ancora intatte le ferite subite dai bombardamenti anglo-americani ed il ricordo del terribile primo dopoguerra, sotto l’occupazione alleata. Quel periodo lo si può rivivere in tutta la sua lacerante drammaticità in opere come “La pelle” di Curzio Malaparte o “Napoli ‘44” di Norman Lewis. Era quella Napoli una città disperata, allo sbando ed in cui tutte le regole del vivere civile erano saltate, regnava una miseria economica e morale di cui la soldataglia straniera approfittava.

La Capria faceva parte di quella schiera di intellettuali napoletani che contribuirono al riscatto partenopeo e riportarono la città all’attenzione del mondo intero. Con lui si trovavano scrittori come Domenico Rea, Luigi Compagnone, Antonio Ghirelli, Giuseppe Patroni Griffi, Michele Prisco e Eduardo De Filippo che contribuiva alla rinascita napoletana dalle tavole del palcoscenico.

Della sua città, in una delle sue prime opere Raffaele La Capria affermava che Napoli o ti addormenta o ti ferisce a morte. E dalla città La Capria come tanti altri furono costretti ad andar via, alla ricerca di migliori occasioni di vita. L’esodo dei suoi intellettuali migliori era la conferma che Napoli è spesso matrigna coi suoi propri figli e rese, in quegli anni Cinquanta deserto il panorama culturale partenopeo.

“Ferito a morte” vide la luce quando gli anni Cinquanta, in esso evocati erano già finiti da tempo.

Eppure in quelle pagine l’autore rivive gli anni della sua giovinezza, delle nuotate nel mare davanti a casa sua e quel tempo è come se fosse perennemente presente nel suo animo. Ma quella scrittura fu anche il modo di recidere il cordone ombelicale che lo legava alla città natale ed un modo per analizzare i problemi che avevano spinto tanti come lui ad abbandonarla.

Il resto della sua vita La Capria l’ha trascorsa a Roma ed a Napoli non è rientrato che per brevi soggiorni, spesso di passaggio per recarsi nella villetta che egli possedeva ad Anacapri.

Lontano da Napoli, La Capria collaborò con il “Corriere della Sera” e fu condirettore della rivista letteraria “Nuovi argomenti”. Fu autore di drammi per la radio e sceneggiatore cinematografico. In questa sua attività collaborò con registi come Franco Rosi per i film “Le mani sulla città” e “Uomini contro”. Fu sceneggiatore anche di film di Lina Wertmuller come “Ferdinando e Carolina”.

Nel 1961 gli fu assegnato il Premio Strega per “Ferito a morte”.  Ebbe poi il Premio Campiello alla carriera e con lo stesso motivo, nel 2002 il Premio Piero Chiara. Nel 2011 vinse il Premio Viareggio con la raccolta di racconti “L’estro quotidiano”. Nel 2011 gli fu assegnato il premio Alabarda d’oro alla carriera e  nel 2012 il premio Brancati sempre alla carriera.

È stato sposato lungamente con l’attrice Ilaria Occhini, morta tre anni or sono e dalla quale ebbe una figlia, Alexandra.

Nel corso della sua lunga carriera è stato autore di una ventina di volumi tra cui “Un giorno di impazienza” incluso poi, assieme a “Ferito a morte” ed “Amore e psiche” nel volume “Tre romanzi di una giornata”.

Fra le altre opere meritano di essere ricordate “La neve del Vesuvio” (79); “Fiori giapponesi” (79); “Colapesce” (97); “False partenze” (64); “Il sentimento della letteratura” (97) ed infine la sua autobiografia “Cinquant’anni di false partenze” (2002).

All’attività di autore unì spesso quella di traduttore di opere di Sarte, Cocteau, Eliot, Orwell ed altri.

Anche se può apparire banale non possiamo esimerci dall’affermare che questa morte lascia un vuoto incolmabile e ci priva della memoria di un’epoca, che forse, rispetto  a quella che ci troviamo a vivere oggi appare quasi mitica.

 

 

 

 

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