Quei cinque calcatori della nazionale di Calcio in ginocchio contro il razzismo

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Il Paese delle mezze misure- di Pierre De Filippo-

L’Italia è, come si sa, il Paese delle mezze misure, quello nel quale vige il Vangelo secondo Massimo: non c’è un lavoro, c’è un lavoretto e, se proprio proprio fatichiamo a comprendere, dobbiamo guardare la mano, perché le cose, qui da noi, si fanno così, aumm aumm.

Siamo il Paese del “meglio tirare a campare che tirare le cuoia”, il Paese in cui le cose non si fanno, si aggarbano, il Paese in cui perché decidere oggi se puoi farlo domani o, magari, decidere di non decidere? Si sta tanto bene così. Nel mezzo.

A che proposito, in questo caso, siamo stati nel mezzo?

A proposito dei calciatori della Nazionale Italiana di Calcio, impegnata a Euro 2020. Metà squadra – cinque, a dire la verità – si è inginocchiata, in segno di protesta contro il razzismo, e l’altra metà no. Non un bel segnale.

È un argomento, questo, spinoso e altamente complesso perché le opinioni al proposito sono tante e divergenti; c’è chi dice che “non è da questi particolari che si giudica un giocatore”, per citare De Gregori e la sua La leva calcistica della classe ’68, perché sport e politica non dovrebbero mischiarsi (lo ha ribadito pochi giorni fa Viktor Orbàn con chiarezza. Arrivata a Monaco di Baviera, la sua Ungheria è stata accolta con l’Allianz – lo stadio – coi colori dell’arcobaleno); c’è chi dice che punto imprescindibile sia il rispetto della libertà personale che garantisce pari dignità a chi si schiera ed anche a chi non si schiera; c’è chi dice che quel gesto – inginocchiarsi – sia simbolo di un movimento – il Black Lives Matter – che ha fatto dell’ambiguità e della discutibilità il suo tratto distintivo.

È vero, ragionare ex post, imbrattando e distruggendo, non può essere un buon modo per civilizzare – perché di questo si tratta – i popoli e la sua cultura.

Il punto, però, a mio parere è un altro ed è necessario partire da una evidenza: il razzismo, oggi sempre più pericoloso perché sempre più strisciante, opaco, insinuato nelle pieghe delle condotte quotidiane di molti di noi, va combattuto con tutta la forza di cui la nostra civiltà dispone.

Perché rivedere alcune delle scene che la televisione, i media, i giornali ci hanno mostrato negli ultimi tempi non è più possibile. Si è andati oltre il punto di sopportazione.

E allora io credo che – in una società che cambia e che lo fa con estrema rapidità – se quei giocatori avessero deciso di inginocchiarsi, tutti insieme, da squadra, avrebbero manifestato, si sarebbero schierati non a favore di questo o quel movimento ma di un principio – il necessario rispetto che a ciascuno è dovuto – non negoziabile, non comprimibile.

Sacro.

Avrebbero preso posizione per le loro e le altrui battaglie, per i loro e per gli altrui convincimenti perché avrebbero mandato un unico messaggio: l’uomo è nato libero e tale deve rimanere.

E se, come sosteneva Rousseau, è in catene ovunque, quello sarebbe stato un bel modo di spezzarle.

In alcuni casi, bene e male non sono criteri soggettivi, in alcuni casi – come questo – schierarsi significa sedersi dalla parte della ragione perché, ci tengo a ribadirlo, la libertà è concetto così universale e, al tempo stesso, così fondamentale nella vita dell’uomo che se, con un gesto, posso rivendicarla, la sto rivendicando per tutte le battaglie, quelle in cui credo e pure quelle in cui non credo. Una libertà subordinata alla propria visione del mondo sarebbe, semplicemente, il preludio alla schiavitù.

I calciatori che non si sono inginocchiati devono essere lasciati in pace: stanno affrontando una competizione importante e, fino ad ora, lo hanno fatto nel migliore dei modi.

Le valutazioni restano a noi, che ne facciamo un pour parler.

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