Putin o Putout?

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-di Emanuele Petrarca-

Nella serata di ieri, Volodymyr Zelensky aveva usato parole d’apertura verso Putin o, per meglio dire, aveva ritenuto fossero d’apertura alcune delle richieste arrivate da Mosca. Ciò su cui si poteva ragionare, in sintesi.

Ed invece, oggi le ostilità sono riprese come nulla fosse cambiato: Leopoli – l’emblema dell’Occidente – è stato il centro più colpito: sin dalle prime ore della notte, la città a confine con la Polonia ha visto intensificarsi le esplosioni e le colonne di fuoco che hanno colpito anche un centro di addestramento di Yavoriv, “Centro internazionale per il mantenimento della pace e della sicurezza”. Simbolico.

“Questo è un nuovo attacco terroristico sulla pace e la sicurezza vicina al confine con Ue e Nato”, riferisce il ministro della Difesa di Kiev Reznikov.

Prima si è parlato di 9 morti e di 57 feriti, tra cui alcuni gravi, poi di 20 morti, poi ancora di 35 morti e di 134 feriti.

In pomeriggio, il De Telegraaf riporta che nel centro d’addestramento presso Leopoli buona parte della legione straniera volontaria era olandese. Le autorità di Amsterdam non hanno ancora commentato l’episodio ma, fosse confermato, inciderebbe in maniera ulteriormente negativa sulla ormai pessima reputazione russa in Europa e in Occidente.

A questo proposito, oggi si conta anche la morte di Brent Renaud, giornalista freelance del New York Times, ucciso con colpi d’arma da fuoco mentre, insieme ad un collega, riprendeva la fuga dei profughi da Irpin.

Immediate le reazioni del New York Times, che si è detto “rattristato” per la tragedia e della Casa Bianca, secondo la quale “Mosca subirà gravi conseguenze per ciò che fa”.

È domenica e nell’Angelus di oggi è intervenuto anche Papa Francesco.

“In nome di Dio fermate questo massacro”, ha tuonato dalla finestra vaticana. “Davanti alla barbarie dell’uccisione di bambini, di innocenti e di civili inermi non ci sono ragioni strategiche che tengano. C’è solo da cessare l’inaccettabile aggressione armata prima che riduca le citta in cimiteri”.

Poco prima, invece, parla Andrzej Duda, presidente polacco, preoccupato e attento osservatore degli eventi. “Se mi state chiedendo se Putin possa usare armi chimica, penso che Putin possa usare qualunque cosa in questo momento, specialmente quando si trova in una situazione difficile”. Alla domanda circa un possibile intervento della Nato ha risposto: “Certo, tutti speriamo che non osi farlo. Ma… se usasse armi di distruzione di massa, questo sarebbe un cambio di azione completo”.

Che sia in difficoltà, al netto di ciò che accade minuto per minuto sul campo, è innegabile. Dall’inizio della guerra ad oggi sono stati già arrestati oltre 14mila russi, scesi in campo a protestare contro le ostilità che il proprio governo stanno portando avanti. Anche i soldati russi – è bene ribadirlo – sono padri, figli, mariti e fratelli che non hanno cercato questa guerra, che non l’hanno voluta ma che, nonostante ciò, si trovano a combatterla e a morire in battaglia.

Nella giornata di oggi si sono, poi, rincorse altre voci, confermate da alcuni e smentite da altri, circa lo stato di salute di Vladimir Putin. In tanti hanno ripreso e riportato gli “scatti d’ira” che vedrebbero protagonista lo zar del Cremlino.

Cancro? Morbo di Parkinson? Chissà. Troppo presto per saperlo con certezza.

Sta di fatto che, comunque sia, un ragionamento va fatto: la Russia di oggi non è più l’Unione sovietica di ieri; non c’è più quell’immenso apparato che, più volte, è intervenuto in corsa a correggere sentieri politici senza uscita e a sostituire i suoi leader (è il caso, ad esempio, di Kruscev). Qui parliamo di una dittatura personale dell’ex capo del KGB.

È dunque indispensabile chiedersi: cosa o chi, dopo di lui?

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