Post Covid-19: un sogno vagabondo

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Fermiamoci un attimo a pensare- di Luigia Di Filippo-

Dopo due mesi di reclusione, spalancate le porte, questo popolo ignaro ritorna alle attività quotidiane, si immerge nei ritmi frenetici di sempre e non permette al pensiero di elaborare un barlume di riflessione. Eppure è rimasto colpito dal mutamento della realtà intorno, dovuta alla sospensione delle attività industriale e del traffico automobilistico. È passato di bocca in bocca l’elogio dell’aria pulita, del profumo della primavera, della limpidezza delle acque marine e fluviali, tanto che molti non hanno esitato a scattare foto e trasmetterle. Perché, allora, non si fermano un attimo a riflettere sulle possibilità di vivere in un ambiente sano se gli scienziati stessi hanno sperimentato il rapporto tra le polveri sottili ed il Covd-19?

Vedere la vita scorrere come prima, senza che qualcuno reagisca, mi trasmette un grande terrore e vorrei possedere l’onnipotenza divina per cambiare questo mondo che va alla deriva. Ma se non è possibile cambiare il mondo, è fattibile adoperarsi per ottenere un rinnovamento nel nostro Paese.

In questi giorni sento ripetere continuamente dai nostri parlamentari che hanno compiuto numerosi sforzi presso l’Europa per ottenere aiuti finanziari da devolvere, in primo luogo, alle imprese. Fra poco, quindi, tutto ripartirà come sempre: l’aria sarà inondata da sostanze tossiche, gli imprenditori continueranno ad arricchirsi e noi pagheremo gli interessi sui finanziamenti che essi hanno ricevuto.

Ora e mai più è importante un cambiamento di rotta che ci porti verso orizzonti più sereni, più consoni alla natura umana, più vicini alle problematiche esistenziali e non a quelle della sola produzione. Il Positivismo, con la sua cieca fede nella scienza, ha gettato l’essere umano nel vortice della produzione tecnologica, nel mondo del produrre e consumare (sono significativi gli stracolmi carrelli nei supermercati), nella corsa ad accaparrarsi beni effimeri. E poiché il mondo della produzione, e quindi della ricchezza, è nelle mani di pochi, la maggior parte della società è vittima di frustrazioni, di insoddisfazioni, insicurezze e paure, aggravate queste ultime da crisi economiche e recessioni interminabili. Inoltre, in una società individualista e spregiudicata, non c’è posto per valori morali e spirituali, quindi l’uomo è ridotto a un congegno meccanico, assorbito dal mondo del lavoro e dalla necessità di soddisfare le esigenze del corpo. Ma non a caso i conflitti sociali nascono proprio nel momento in cui l’essere umano riscontra bisogni, desideri, impulsi, insoddisfazioni.

Anche i nostri governanti che speravamo di vederli in un dibattito sereno e pacato, almeno in questo drammatico momento storico, arringano in Parlamento e molti con voce altisonante si scambiano aspre invettive, nel tentativo di portare acqua al proprio mulino.

Proprio dal decollo della produzione industriale si sono riversate sul pianeta Terra tanti squilibri, tante calamità, che, oltre a quelle naturali, pongono in forse la continuità stessa della specie umana e rendono sempre più difficile la vita, tra l’inquinamento dell’aria e dell’acqua e la presenza di sostanze tossiche e scorie radioattive. La superproduzione, tanto invocata dai Paesi ricchi, oltre a provocare danni irreparabili, non è servita a risolvere i loro stessi problemi, infatti negli Stati Uniti d’America hanno sacche di povertà, di miseria morale e di degrado che superano di gran lunga quelle dei Paesi con bassa produzione industriale (I morti di Covid-19 per le strade di New York ci spiegano bene tutto).

Occorre, pertanto, che la ripartenza avvenga secondo alcuni obiettivi fondamentali: l’uso di fonti energetiche rinnovabili, il ritorno allo sviluppo di un’agricoltura razionale, il riassetto del dissesto idrogeologico del Paese (inclusa la ricostruzione di paesi terremotati); aiutare i giovani nella scelta di un lavoro vocazionale che permetterà loro di esprimere al meglio le proprie potenzialità; l’inserimento degli extra-comunitari secondo una dinamica umana e valoriale, il ripopolamento dei paesi del Sud, la rinascita degli antichi mestieri, lo sviluppo turistico secondo linee programmatiche ben definite. Solo perseguendo questi obiettivi scopriremo il valore della vita umana, affrancata dai ritmi alienanti delle fabbriche , l’importanza dell’Alma Mater (la Terra), come la definiva il poeta Virgilio, il senso di un’esistenza armoniosa, fatta di creatività, serenità e socievolezza, di certezza, di condivisione e di auto reciproco.

In un siffatto quadro programmatico trova largo posto il problema dei giovani disoccupati, vittime di un vero olocausto, e quello degli immigrati che fornirebbe una forza lavoro indispensabile.

Ritengo opportuno fare, a tal proposito, alcune considerazioni.

In un mondo globalizzato, la richiesta di lavoro da parte di individui provenienti da qualsiasi latitudine o longitudine, rappresenta un diritto inalienabile. Spetta alle varie Nazioni organizzarsi in maniera efficace ed efficiente per ottemperare alle pressanti richieste.

Particolarmente in Italia, il flusso costante di immigrati è stato gestito come si gestisce un’ondata di cavallette, cioè aspettando che queste cambiassero la direzione del volo.

Da qui è nato il malcontento della popolazione italiana, scaturito da comportamenti rissosi e violenti da parte di coloro che, spinti dai bisogni primari, hanno dato sfogo all’irrazionale. Dopo numerosi anni di arrivi anche clandestini, il nostro Stato non si è mai organizzato per offrire un’accoglienza dignitosa a chi giunge in cerca di lavoro, si è limitato ad accettare che fossero sfruttati da datori di lavoro indegni di appartenere ad una società civile.

Per quanto riguarda lo sviluppo agricolo, devo sottolineare una verità fondamentale che ci hanno lasciato in eredità i nostri avi: la terra non abbandona mai nessuno e oltre a darci il sostentamento ci coinvolge nell’alternarsi dei ritmi stagionali che ci consentono di cogliere il senso della bellezza nella sua essenza.

Mai come adesso sentiamo il bisogno di allontanarci dal superaffollamento delle città e trasferirci in campagna, ove la vita è un fiume di colori e di suoni, di voci indistinte che dal fondo dell’alveo dipanano versi nel sole.

Molti rideranno sarcasticamente di questo sogno che ritengono irrealizzabile, io penso, invece, che se tutti facessero appello alla propria intelligenza, alla propria autocoscienza , al valore inestimabile del proprio essere, si renderebbero conto che la nostra beneamata democrazia impone tutto dall’altitudine del suo Potere, senza concedere al popolo la possibilità di scegliere il percorso di una vita migliore. Gli interessi di coloro che hanno il potere gestionale della nostra vita, hanno sempre offuscato le nostre esigenze, le nostre richieste. Non vi sembra che sia giunto il momento di dare spazio alle nostre voci?

Non vi chiedo l’impossibile, ma un istante di riflessione sì, soprattutto se avete a cuore l’avvenire dei vostri figli, piccoli innocenti, catapultati in una così triste realtà.

Se nulla vi ha insegnato questa spaventosa pandemia: ”Sia fatta la vostra volontà!…”

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