Nel nome di Giulio Regeni, quando un giornalista non si piega…

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-di Claudi Izzo-

Ce ne fossero tanti di intellettuali così: il giornalista Corrado Augias è stato il primo a rinunciare all’onoreficenza di cui era stato insignito dal capo di Stato francese, Sarkozy, nel 2007,  la Legion d’Onore, che ricordiamo è un riconoscimento che trae origine dall’ ordine istituito nel 1802 da Napoleone Bonaparte,   dato oggi  a personaggi di spicco per meriti sociali, civili, militari.

Ma Augias non ci sta se il suo riconoscimento è lo stesso conferito al Presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi  e quindi non ha esitato a restituirlo. Dopo di lui, altri personaggi italiani hanno seguito l’esempio, mentre altri continuano a tenerselo stretto.

Il gesto di Augias,   è una esplicita ed inequivocabile  protesta contro la posizione presa dall’Egitto in merito all’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni, un caso terribile, di una violenza inaudita, un caso che l’Egitto avrebbe voluto chiudere velocemente, uno di quei casi che si definiscono a dir poco scomodi.

Intanto il presidente francese Macron, ha incontrato disinvoltamente a Parigi al-Sisi per concludere affari: la vendita miliardaria di armamenti francesi al Cairo.

Facciamo un passo indietro. Giulio Regeni, dottorando italiano a Cambridge, qui stava conseguendo un dottorato di ricerca presso il Girton College dell’Università di Cambridge e si trovava in Egitto per svolgere una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani presso l’Università Americana del Cairo. Con lo pseudonimo di Antonio Drius aveva scritto articoli,  pubblicati postumi da  Il manifesto, in cui sottolinea la  difficile situazione sindacale dopo la rivoluzione egiziana del 2011. Il 25 gennaio 2016 viene rapito, proprio nel giorno  del quinto anniversario delle proteste di piazza Tahir, simbolo della primavera araba egiziana,  organizzate questa volta contro il presidente al-Sisi.

Giulio Regeni sarà ritrovato morto, brutalmente assassinato, il 3 febbraio 2016 successivo, nelle vicinanza di una prigione dei servizi segreti egiziani; i suoi documenti saranno rinvenuti solo nel marzo successivo.

Ma il ricercatore friuliano, spedito da Cambridge in Egitto,  non era solo un dottorando, era una mente aperta che volava alto. Classe 1988, nato in provincia di Udine, studia allo Armand Hammer United World College of the American West (Nuovo Messico – Stati Uniti d’America) e poi nel Regno Unito vincendo due volte il premio “Europa e giovani” (2012 e 2013) al concorso internazionale organizzato dall’Istituto regionale studi europei, per le sue ricerche e gli approfondimenti sul Medio Oriente. Lavora presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale svolge per un anno ricerche per conto della società privata di analisi politiche Oxford Analytica. Stoffa da vendere, intraprendenza e preparazione.

Dopo la sua scomparsa la rete si riempie di hashtag #whereisgiulio e #جوليو_ـفين (letteralmente: #doveègiulio), perchè per capire questa terribile storia bisogna conoscere l’efferatezza dell’omicidio. Il  corpo nudo di Regeni ritrovato morto e mutilato, mostrava infatti evidenti segni di tortura tali da far  ipotizzare che questi fossero dovuti ai legami che Regeni aveva con il movimento sindacale che si opponeva al governo di al-Sisi. L’acceso dibattito politico, in Italia ha portato a forti tensioni diplomatiche tra Italia ed Egitto.

” …Più di due dozzine di fratture ossee, tra cui sette costole rotte, tutte le dita di mani e piedi, così come entrambe le gambe, le braccia e scapole, oltre a cinque denti rotti; si riscontrarono coltellate multiple sul corpo, comprese le piante dei piedi, probabilmente inferte con un rompighiaccio o uno strumento simile a un punteruolo. Vi erano inoltre numerosi tagli, su tutto il corpo, causati da uno strumento tagliente simile a un rasoio. Si sono altresì riscontrate estese bruciature di sigarette su tutto il corpo, nonché una bruciatura più grande tra le scapole e incisioni somiglianti a vere e proprie lettere; l’esame autoptico ha rivelato un’emorragia cerebrale e una vertebra cervicale fratturata a seguito di un violento colpo al collo, verosimile causa della morte.”

La morte di Regeni fu fatta passare da Khaled Shalabi, direttore dell’amministrazione generale delle indagini di Giza, (condannato per rapimento e tortura, ottenendo però la sospensione condizionale della pena), per una morte prima causata da un semplice incidente stradale, smentendo inoltre che vi fossero tracce di proiettili o accoltellamenti. In un secondo momento, la polizia egiziana sostenne che l’omicidio poteva essere avvenuto per motivi personali: una relazione omosessuale (Regeni tuttavia aveva una fidanzata) oppure allo spaccio di stupefacenti. La verità è che Regeni aveva una fidanzata e non ha mai fatto uso di droghe come ha confermato l’autopsia. Allora fu tentata, da parte della polizia egiziana, la pista dell’omicidio commesso da  qualche baltagiya, sicari  assoldati dagli organismi del controspionaggio egiziano, nella logica di un regime autoritario.

L’Italia non ha potuto contare su quella “piena collaborazione” garantita in un primo momento  dalla polizia egiziana: negati utili tabulati telefonici, cancellate tante utili riprese video di Regeni e interrogati, da parte dell’Italia,  pochissimi testimoni per pochissimi minuti, dopo che per ore tanti testimoni in più erano stati interrogati dalla polizia egiziana.

Solo nel settembre 2016, il governo egiziano ha ammesso per la prima volta che Regeni era stato in effetti sottoposto a indagini e sorveglianza da parte della polizia egiziana prima della sua scomparsa. Nel 2017 il legale egiziano, Metwally, che seguiva il caso per conto della famiglia Regeni è  stato incarcerato in Egitto, con l’accusa di voler sovvertire il governo di al-Sisi, l’accusa è di danneggiare la sicurezza di stato.

Nel 2016, Mohamed Abdallah, leader del sindacato degli ambulanti oggetto della ricerca universitaria e incontrato per la prima volta da Giulio Regeni, aveva denunciato Giulio Regeni alla polizia di Gyza  e lo aveva seguito fino al 22 gennaio, ovvero tre giorni prima della scomparsa del ricercatore italiano, comunicando alla polizia tutti gli spostamenti.

4 600 sono stati gli accademici che hanno firmato una petizione per chiedere un’inchiesta sulla sua morte e sulle numerose sparizioni che si verificano in Egitto ogni mese. Amnesty International Italia è scesa in campo lanciando  la campagna Verità per Giulio Regeni (Truth about Giulio Regeni), il Parlamento europeo a Strasburgo ha approvato una proposta di risoluzione condannando la tortura e l’uccisione di Giulio Regeni e le continue violazioni dei diritti umani del governo di al-Sisi in Egitto. Dalle sue colonne il New York Times ha definito «vergognoso» il silenzio della Francia innanzi alle richieste dell’Italia di fare pressione sull’Egitto.

Intanto, il report di 53 pagine del Cfj, Committee for Justice,  presentato a Ginevra parla di 1000 cittadini  egiziani deceduti  nelle mani dello stato.  Per l’esattezza dalla primavera 2013,   quando cioè  al Sisi, con un golpe,  si insediò al potere sono 1058 le persone morte, sono  “tantissimi Giulio Regeni”, dunque,  morti  in prigioni, caserme, stazioni di polizia, centri di sicurezza, ospedali, tribunali, una infinita scia di sangue.

Il caso di Marco Regeni, torturato e ucciso nella stanza 13 del National Security del Cairo, come tutti gli altri, attende ancora risposte, quelle stesse che l’Egitto non potrà più negare.

“Corrado Augias” by Studio Grafico EPICS is licensed with CC BY-NC-SA 2.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/

Asiaecica, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

“Verità per Giulio Regeni” by Guido Andolfato is licensed with CC BY-NC 2.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by-nc/2.0/

“File:Striscione Verità per Giulio Regeni esposto da Comune di Torino.jpg” by Comune di Torino is licensed with CC BY 3.0. To view a copy of this license, visit https://creativecommons.org/licenses/by/3.0

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