Napule è

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-di Giuseppe Esposito-

Volevo, in questi giorni bui, scrivere della mia città così tanto denigrata, irrisa e maltrattata sui media nazionali, nel tentativo, forse, di nascondere gli errori, le manchevolezze delle tanto decantate città del Nord, ponendo in primo piano i difetti di Napoli, assunta ad emblema di ogni negatività e dunque tale da far passare come peccati veniali gli errori dei settentrionali. La cosa che però salta spesso all’occhio che coloro che vogliono adottare un tale artificio dialettico spesso fanno una fatica immane e talvolta nemmeno ci riescono a trovare aspetti di Napoli funzionali ai loro meschini scopi. Prima di accingermi a dire qualcosa sulla mia città, per evitare di cadere nel folklore e nella banalità sono andato alla ricerca di giudizi su Napoli espressi da personaggi al di sopra di ogni sospetto e nati sotto altri cieli. La quantità di tali giudizi è di una tale mole che se ne potrebbero riempire volumi interi. Ho cercato perciò di estrapolarne alcuni. Possiamo cominciare da un personaggio di indiscussa fama, il tedesco Wolfgang Goethe, che durante il suo soggiorno a Napoli nel 1786 ebbe a dire:

“A Napoli ognuno vive in una inebriata dimenticanza di sé. Accade lo stesso anche a me. Mi riconosco appena e mi sembra di essere un altro uomo. Ieri pensavo: “O eri folle prima, o lo sei adesso.”

Passiamo poi passare ad uno Stendhal che nel 1832 così si esprimeva al momento di lasciare la città:

Parto. Non dimenticherò mai la via Toledo, né tutti gli altri quartieri di Napoli; ai miei occhi, è senza nessun paragone, la città più bella dell’universo.”

Volendo invece riportare giudizi di personaggi a noi più vicini nel tempo, e che esprimevano giudizi non più estetici ma di natura, per dir così, filosofica o esistenziale. Citiamo allora Curzio Malaparte: “Napoli è l’altra Europa. Che la ragione cartesiana non può penetrare.”

 O ancora Paolo Monelli, secondo cui: “I napoletani discendono dagli dei. Non sono greci, né oschi, né romani, sono dei.”

Parole che fanno fremere il sangue di un figlio di Partenope. Ma a rafforzare quel sentimento di orgoglio che sento nascere in me, mentre scrivo, giungono le parole della Morante: “Grande civiltà di Napoli: la città più civile del mondo. La vera regina delle città, la più signorile, la più nobile. La sola vera metropoli italiana.”

Mi piace però a questo punto inserire anche le parole di qualche napoletano che ha lasciato traccia di sé nella storia. Cominciamo dal nostro Luciano De Crescenzo che affermava: “A volte penso, addirittura, che Napoli possa essere ancora l’ultima speranza che resta alla razza umana.”

Infine mi parrebbe irriguardoso tacere il grande Eduardo, che da commediografo, osservava:“Napule è nu paese curiuso,è nu teatro antico, sempe apierto. Ce nasce gente ca, senza cicierto, scenne p’’e strade e sape recità. Nun è ca ‘o fanno apposta; ma pe lloro‘o panurama è na scenografia,‘o popolo ‘na bella cupagnia, l’elettricista è Dio ca nce fa campà.”

 E sulla scorta delle parole di Eduardo mi affiora un ricordo di uno dei miei ritorni a Napoli. Ero, con amici a passeggio per il centro storico, quando giunsero alle nostre orecchie le note di una canzone napoletana. Cosa abbastanza usuale, direte voi, ma quelle note provenivano dall’alto e ne fummo incuriositi.

Seguendo la musica giungemmo davanti ad un vicoletto che si dirama dalla via dei Tribunali e lì, ad un balconcino del primo piano, era un uomo sulla sessantina che con la chitarra e l’aiuto di una cassa acustica diffondeva nell’aria le parole di Malafemmena. Mi guardai in giro e qualcuno del posto mi disse: “Dottò chillo è Topolino, cioè ‘a verità se chiamma Tonino Borrelli e dice c’ha ‘nventato ‘a pusteggia aerea.” Guardai meglio e mi accorsi che dal balcone alla estremità di una fune pendeva un paniere di vimini in cui gli spettatori ammirati deponevano le loro offerte.

Ma, se vogliamo tornare ai nostri tristi giorni, osserviamo che neanche la tragedia immane che ci ha colpiti ha inaridito la vena creativa dei napoletani. A parte il contributo dei medici del Cotugno che primi in Italia hanno messo a punto un protocollo per salvare coloro che sono stati colpiti dal subdolo Coronavirus e che hanno suscitato l’invidia di qualche medico del Nord. E, cosa ancora più riprovevole, ha trovato accoglienza presso la conduttrice di uno di quegli squallidi talk-show attraverso il quale  ha riversato sui suoi colleghi di Napoli parole indegne e grondanti invidia. Ma per restare in un ambito, per dir così più popolare e vicino al cuore di Napoli, non possiamo non riportare l’apparizione del cosiddetto “panaro solidale”. È accaduto che in alcuni vicoli del centro storico da alcuni balconi sono stati calati, a mezzo della relativa corda dei cesti, i panari appunto, contenenti generi alimentari di prima necessità e, tramite un cartello fissato alla fune si invitano i passanti a comportarsi in tal modo: chi può mette e chi non può prende.

Parole che non sono nate oggi e per caso ma che ci riportano ad un altro illustre personaggio della Napoli a cavallo tra il XIX ed il XX secolo. Ci riferiamo al medico santo Giuseppe Moscati, le cui spoglie mortali riposano nella chiesa del Gesù Nuovo, il quale nella sua casa in via Cisterna dell’olio, un traversa di Toledo, vicina a piazza Dante, prestava la sua opera  a favore dei più poveri e che nell’anticamera dello studio aveva posto su un tavolino un cestino, con accanto un cartiglio su cui, appunto, si leggevano le stesse parole fissate oggi alle corde dei panari solidali. Si può dunque affermare che, anche nel pieno di una tragedia immane come quella odierna, il cuore dei napoletani batte sempre allo stesso modo e, anzi, se possibile, ancora più forte. Insomma Napule è tutto ciò e potremmo affermare, con le parole che qualcuno aveva dedicato ad Eduardo, che se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Per concludere invece, visto quanto accaduto in questi giorni, possiamo dire con Raffaele La Capria che: “L’Italia è il vero problema di Napoli.”

 

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