Napoli, la città che ha ancora paura del Covid-19

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di Nicola Olivieri-

Fase 2, secondo giorno, la giornata è bella, soleggiata, fresca al mattino e calda nelle ore centrali. Ho voglia di uscire, dopo due mesi di isolamento sociale vero. Vivo emozioni contrastanti, per un verso sono un po’ impaurito, per l’altro sono assalito dal desiderio di uscire dovuto alla lunga privazione di libertà.

Decido di uscire e lo faccio soprattutto per capire se i miei timori sono giustificati (una specie di Test) ma anche per andare in riva a quel mare che lambisce la città e che mi manca tanto.

Pianifico un percorso che attraversi le zone più frequentate dai turisti (quando arrivavano a frotte in città) e dai napoletani stessi: il mercato della Pignasecca, via Toledo e piazza del Plebiscito fino ad arrivare al mare.

Vi dico subito che sono rimasto positivamente sorpreso, perché mi sono addentrato in una città semi deserta. Certo un mese fa Napoli sembrava essere tornata quella di trent’anni pima quando, in pieno agosto, andavano tutti al mare e i pochi che restavano in città avevano addirittura difficoltà a reperire il pane fresco tutti i gironi. All’epoca i supermercati non erano quelli di oggi, anzi, a pensarci bene, forse non esistevano ancora.

Niente “liberi tutti”, ma poche persone con mascherine e rispettose della necessaria distanza. Certo qualche gruppetto di cretini non manca mai, ma era poca cosa, i più circolavano nel rispetto delle regole anti-contagio. E qui la prima riflessione: la gente sembra aver paura e non esce con la tranquillità e la leggerezza che la nostra classe politica temeva, di conseguenza i pochi negozi aperti sono tristemente vuoti e lo capisco. La seconda riflessione è, inevitabilmente, conseguenza della prima: forse questa Fase 2 andava gestita diversamente.

Questa pandemia è come uno specchio nel quale si riflette la società che abbiamo costruito e nella quale abbiamo vissuto fino ad oggi, una società basata sul “troppo”, sul “tutto”, mentre il Covid-19 ci sta dicendo che il necessario, l’essenziale è ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

Questa Fase 2 in realtà è una grande contraddizione, da un lato c’è l’impellente necessità di ripartire o quantomeno di limitare i danni di un lockdown durato troppo a lungo, dall’altro c’è illusione che sia sufficiente riaprire i negozi e le fabbriche (anche se in modalità progressiva e in totale sicurezza) perché la macchina dell’economia riprenda a funzionare.

Sinceramente trovo tutto molto improbabile. Come dicevo prima in questo momento le persone vorrebbero uscire e vivere la vita di sempre… ma non lo fa perché ha paura.

Le persone escono e vanno a fare la spesa, ma si spostano solo per le cose veramente necessarie, e non vanno, per esempio, spensieratamente in libreria, perché non possono restare li a sfogliare libri, a leggicchiare o magari a scambiare quattro chiacchiere con il libraio. No, si entra, si prendere il libro che serve (quindi si devono avere le idee molto chiare) e si esce. E così per tante altre attività commerciali come il negozio di abbigliamento, quello dei cellulari o quello di articoli per la casa, giusto per fare qualche esempio, insomma vale per tutto ciò che rappresenta il tessuto economico di una città, piccola o grande che sia, con l’eccezione forse della ristorazione che con l’asporto riesce a far muovere un po’ di economie, ma che è evidentemente insufficiente se in tanti si lamentano di non riuscire a coprire neanche le spese.

Non sono un esperto e non so quale sarebbe stata una soluzione migliore o comunque diversa, da quelle adottate, quello che so da cittadino comune è che la partenza non è facile nemmeno in una città come Napoli, dove l’arte dell’arrangiarsi ha spesso trovato soluzioni, anche molto creative, a problemi strutturali non da poco.

Andrà tutto bene? Sicuramente sì. Torneremo ad una vita normale e senza limitazioni sociali? Spero di sì ma dobbiamo fare tesoro di questa tragedia. Nel nostro DNA esiste una qualche riga di istruzioni che ci aiuta ad attenuare e talvolta dimenticare il dolore vissuto nei momenti difficili, come è avvenuto con la guerra, il nazismo, la crisi petrolifera dei primi anni ’70, l’epidemia di colera, il terremoto e l’HIV. Accadrà ancora e ricorderemo il Covid-19 come un brutto periodo durante il quale non potevamo abbracciarci e stare vicini e lo faremo nel mentre vivremo un tempo di vacche grasse… ma ci vorrà tempo e tanto giudizio.

Foto di Umberto Mancini

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