Musica ribelle

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L’Occidente sta, di fatto, combattendo una guerra senza combatterla. È un ossimoro, eppure è così. Non può usare direttamente le armi e non dovrebbe fornirle al popolo ucraino (in realtà non sappiamo se questo è vero) per non offrire a Putin la facile occasione di ampliare il fronte di guerra contro la Nato e la UE. Ma allora come si ferma questa odiosa guerra di Putin (l’aggressore) contro l’Ucraina (l’aggredito), che vuole essere una nazione libera e democratica esattamente come lo è tutto l’occidente tanto odiato da Putin? 

Se non si può utilizzare la forza, l’unica cosa da fare, in attesa che la diplomazia, la ragione e il buon senso, facciano il loro corso, le sanzioni sono, al momento, le azioni più efficaci per “parlare” all’aggressore. Anzi no, per parlare indirettamente al popolo russo, il quale è, probabilmente, ignaro di quanto sta accadendo.

Dunque, se il rublo diventa carta straccia, i grandi marchi internazionali chiudono i loro negozi, gli oligarchi si vedono i beni confiscati e i conti bloccati, se il Paese Russia rischia il default e si isola dal resto del mondo impedendo l’accesso ai social e ipotizzando addirittura una propria rete internet indipendente da quella utilizzata nel resto del pianeta, prima i poi i poveri russi, vedendo la propria libertà ulteriormente limitata, cominceranno a incazzarsi ed è quello che probabilmente l’occidente vuole. Putin si è infilato in un cul-de-sac dal quale non potrà uscirne facilmente ed in ogni caso la storia ricorderà questa guerra come il suo più grande errore di valutazione. 

Questa guerra ha costretto molte persone a prendere posizione e molti esponenti del mondo artistico non si sono sottratti a questa scelta, dichiarando così di stare dalla parte dell’Ucraina. Ognuno ha dato il proprio contributo come ha potuto, come ha fatto il primo ballerino del Bolshoi, l’italiano Jacopo Tissi, che ha lasciato il famoso teatro per dire no alla guerra, ma più di tutti ha fatto notizia la decisione dei Pink Floyd che hanno deciso di ritirare dalle piattaforme digitali in Russia e Bielorussia, tutta la loro produzione dal 1987 in poi. David Gilmour, chitarrista della band, invece ha deciso di ritirare tutta la sua produzione solista. 

Un gesto importante sicuramente, ma che da un punto di vista squisitamente musicale non fa un grosso “danno” agli utilizzatori russi e bielorussi di Spotify. Stiamo parlando solo di tre album dei Pink Floyd e neanche tra i più significativi. Diversa e più efficace la posizione di Gilmour. È evidente però che la scelta della data è stata  in qualche modo condizionata dalla strana “assenza” sulla questione di Roger Water, solitamente il più polemico e politicizzato tra i componenti della band inglese. Vedremo se a breve anche lui si esporrà sulla questione.

Comunque è il gesto quello che conta, un gesto fortemente politico, esattamente come è stato quello recente di Neil Young che ha ritirato tutta la sua musica per protestare contro Spotify che ospita i podcast di Joe Rogan dai contenuti marcatamente no vax e dopo di lui, a seguirlo in una forma di solidarietà politica, anche Joni Mitchell.

Cambierà qualcosa come conseguenza di queste scelte di grandi artisti internazionali? Assolutamente no, almeno fino a quando i russi non cominceranno a sentire la morsa della dittatura stringersi sempre di più intorno al loro collo. Quando non puoi bere, il bisogno di acqua si fa sentire con maggior insistenza, ed è quello che accadrà prima o poi ai russi, anche a quelli pro Putin e sarà quello il momento in cui la guerra, probabilmente, finirà.

Nel frattempo ascoltiamo forte il messaggio di pace e di orgoglio  che ci arriva dall’Opera di Odessa che ha cantato il Va Pensiero di Verdi tra le barricate della città.

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