Maradona, Dio e scugnizzo

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-di Giuseppe Esposito-

Una immane gazzarra in cui si ascoltavano le note più discordanti, dall’eccessiva lode all’offesa gratuita ed immeritata. Bisogna però riconoscere che nella maggior parte delle voci ascoltate si avvertiva spesso una commozione autentica. Diego è stato forse il più grande ed i suoi errori sono stati esaltati. Io sfido chiunque, soprattutto nel gran circo mediatico, chi è davvero esente da colpe simili a quelle dell’argentino a scagliare la prima pietra. Solo i mediocri hanno messo in risalto la dipendenza dalla coca di un uomo che è stato ben più grande dei suoi difetti. Un giocatore di calcio la cui fama non poteva restare circoscritta agli stadi e che è divenuto, suo malgrado un personaggio.

Su di lui, continuamente puntati erano tutti gli sguardi ed era costantemente nel cono di luce dei riflettori. Ma Diego era un uomo fragile, nato in una povera periferia di Buenos Aires e non riusciva ancora a credere egli stesso al suo successo, alla ricchezza piovutagli addosso. Non era stato preparato ad un ruolo di primo piano nel mondo intero. Era nato alla periferia della capitale argentina, ma avrebbe potuto nascere benissimo a Napoli, poiché era intimamente non dissimile da uno scugnizzo napoletano. La stessa attitudine spavalda ma disarmata verso la vita. Generoso e fedele agli amici. Fu forse il destino a farlo approdare a Napoli, l’unica città che forse poteva comprenderlo ed amarlo.

E Napoli l’ha amato e ciò non sembri retorica. L’ha amato per quello che era come uomo e l’ha idolatrato quando calpestava l’erba dei campi da gioco. Lì Diego era un artista. E dal suo incontro con Napoli è scaturita una meravigliosa alchimia. L’avvento di Maradona ha permesso ai napoletani di sentirsi riscattati, poiché il calcio non è un semplice sport, ma un fenomeno sociale che coinvolge masse enormi di uomini.  Prima di lui il Napoli era stato, da sempre, una squadra mediocre, di mezza classifica cui i grandi campioni approdavano solo a fine carriera, quando ormai avevano ancora ben poco da dare. Si pensi ai Sivori, agli Altafini e ad alcuni altri. Una squadra che rispecchiava il declino cui era stata condannata l’ex capitale del più grande stato italiano. Ed i napoletani seguivano la loro squadra con un amore rassegnato, contentandosi solo di rari ed isolati exploit, nelle poche occasioni cui si riusciva a battere una grande squadra del nord. Con l’arrivo di Diego improvvisamente la squadra e la città si sono viste proiettate in pianta stabile, per alcuni anni, nell’empireo del calcio. Lì dove da sempre dettavano legge solo quelle poche squadre sostenute dal grande capitale del nord.

In quegli anni il campionato italiano era tra i più ambiti dai giocatori di ogni parte del mondo, ma in quali squadre essi venivano a militare? In quelle più blasonate ed in grado di garantirgli traguardi importanti. Invece dove veniva ad approdare Diego? Nel Napoli una squadra che non aveva mai vinto nulla, eppure in quel 1984 il campione non aveva che 24 anni ed una carriera davanti ancora lunga e prestigiosa. Cosa fu che lo portò sulle rive del golfo? Chissà, forse il destino a cui era nota l’ affinità di Maradona con quel popolo che sarebbe diventato il suo? E Diego non mancò in seguito di dimostrare il suo attaccamento alla città ed alla maglia. È infatti a tutti noto il tentativo dell’Avvocato di strappare Diego al Napoli. Tentativo che poi lo stesso Maradona ebbe occasione di ricordare in una sua intervista all’espresso:

Agnelli mi corteggiava come potrebbe fare un innamorato con una donna. Mi chiamava continuamente promettendo cifre pazzesche. Mi disse che aveva offerto 100 miliardi a  Ferlaino e di mettere io stesso la cifra sul mio assegno. Gli risposi che non avrei mai potuto fare questo affronto ai napoletani, perché io mi sentivo uno di loro e che non avrei potuto indossare, in Italia, altra maglia se non quella del Napoli.

Altra tempra, altri uomini e altro calcio. Oggi i giocatori appaiono estremamente venali, mercenari per i quali esiste solo il dio denaro  e l’attaccamento alla maglia è solo un ricordo di tempi lontani. Tempi ancora profondamente romantici. Ma credo che anche a quei tempi Diego fosse una splendida eccezione. Uno dei pochi, se non l’unico, a dimostrare un tale amore per la città che lo aveva accolto e capace di un simile gesto di lealtà. Per questo egli non morirà mai per i napoletani e continuerà a vivere nei loro cuori come l’unico mito moderno. Un mito dal sapore antico nella più antica città del mondo.

Fu l’epoca di Diego quella in cui per la prima volta i settentrionali provarono invidia per una squadra del sud. Ma sebbene obbligati all’ammirazione per quel fenomeno, sotto sotto sempre affiorava lo snobismo di chi si sentiva superiore. Brera ad esempio, che è stato senza dubbio tra i più grandi giornalisti sportivi coniò per lui l’appellativo in cui ammirazione e disprezzo si fondevano: Divino sgorbio, lo definì . E nel 1987 dopo la vittoria ottenuta dal Napoli a Udine con due reti di Maradona, così Brera scriveva, con la sua prosa colorita ed un po’ forzata:

Maradona è la bestia iperbolica, nel senso infernale, anzi mitologico  di Cerbero: sa fai tanto di rispettarlo secondo lealtà sportiva, ti pianta i denti nel coppino, ti stacca la testa facendola cadere al suolo come un frutto dal picciolo ormai fradicio. È capace di invenzioni che forse la misura impediva a Pelé.

L’ammirazione un po’ ritrosa di uno snob costretto ad dover riconoscere la genialità lì dove non vorrebbe, in una squadra del sud, senza storia.

Comunque l’ironia dei napoletani il cui carattere tende a sdrammatizzare anche le occasioni più solenni non mancò di manifestarsi anche in occasione del primo scudetto del Napoli, nel 1987. Qualche giorno dopo sul muro del Cimitero di Poggioreale comparve uno striscione in cui si leggeva, rivolto, chiaramente a coloro che lì, dietro il muro giacevano: E che ve site perzo!

Ma lo scambio coi defunti per l’occasione epocale non era finito. Passarono solo altri pochi giorni e,  sotto al primo comparve un secondo striscione su cui si leggeva:“E chi ve l’ha ditto?”

La risposta intendeva che le imprese di Maradona erano arrivate fin oltre la soglia dell’aldilà.

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