L’ultimo miglio del Ddl Zan

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-di Pierre De Filippo-

L’ultimo miglio è sempre il più importante, nel ciclismo così come nella vita, perché puoi condurre in testa tutta la gara ma se poi la volata la innesca qualcun altro le tue chance di vittoria si riducono enormemente. Chi è davvero arrivato all’ultimo miglio è l’ormai celeberrimo Disegno di Legge Zan, dal nome di Alessandro Zan, PD, suo primo firmatario e relatore.

Quando si affronta un tema così complesso ed importante per le sorti civili di un Paese così sgangherato come il nostro è necessario, io credo, ricapitolare gli eventi e cercare di fornire una visione d’insieme, affinché il lettore possa farsi un’idea chiara e completa.

La prima, essenziale domanda alla quale dobbiamo rispondere è: “abbiamo davvero bisogno di una legge che tuteli omosessuali, lesbiche, trans dall’odio nei loro confronti?”.

Osservando i dati la risposta non può che essere netta: sì, ne abbiamo bisogno.

Di episodi di odio, istigazione alla violenza e di violenza vera e propria verso tutto il mondo LGBT se ne contano ormai tanti, troppi per non ritenere che sotto vi sia qualcosa di culturale, di sistematico, una bieca intolleranza che va combattuta senza sé e senza ma.

Pensate che il primo “Zan”, il suo progenitore, il suo antesignano giunse in Parlamento addirittura nel lontano 2013; poi, come spesso accade, non se ne fece più nulla.

Perciò la definitiva approvazione alla Camera dei Deputati nel novembre 2020 aveva fatto davvero ben sperare. Essenzialmente cosa fa il ddl Zan? Estende i cosiddetti reati d’odio per discriminazione razziale, etnica o religiosa – la cosiddetta Legge Mancino – a chi compia discriminazioni per motivi afferenti alla sfera sessuale e di identità di genere.

Il confronto è stato serrato: la destra si è opposta compattamente. Addirittura, le Lega nel 2004 promosse un referendum per abrogare la Mancino, figurarsi accettarne una sua estensione.

Nel campo della sinistra, alla Camera aveva tenuto la vecchia maggioranza del Conte bis: M5S, Leu, PD e IV ed il testo era passato.

Al Senato, però, si è immediatamente capito che le cose sarebbero state diverse e che il suo iter non sarebbe stato liscio come l’olio: in principio fu il Presidente della Commissione Giustizia Andrea Ostellari, Lega, incaponitosi ad ascoltare – nelle poco regolamentate e opache audizioni informali – la qualunque pur di non calendarizzare e votare il provvedimento: da Carlo Nordio, ex magistrato molto stimato a destra, secondo cui: “anche la pedofilia è un orientamento sessuale” e quindi di orientamento sessuale guai a parlarne, allo scrittore omosessuale Giorgio Ponte che si è detto “felice di non avere gli stessi diritti degli altri perché la mia condizione ha causa psicologiche”.

E, dopo questo, è meglio andare avanti.

Su cosa il ddl si è impantanato? Sinteticamente su tre articoli: l’1, il 4 ed il 7.

L’articolo 1, come sempre, fornisce delle definizioni base per permettere di comprendere l’accezione che si intende dare quando si utilizzano determinati termini.

In particolare, ha colpito molto la lettera d) del testo, identità di genere che per i proponenti significa “l’identificazione percepita e manifesta di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione”.

Un concetto impegnativo.

Il ddl Ronzulli-Salvini, primo alter ego dello Zan, ha espunto ogni riferimento alla transfobia, lasciando inalterate le tutele per i crimini d’odio verso l’omofobia.

Il “testo Scalfarotto”, secondo alter ego, ha invece sposato una costruzione mentale e, conseguentemente, giuridica diversa: non fornire delle definizioni – si propone, infatti, l’abrogazione dell’art.1 Zan – ma concentrarsi su chi il crimine lo commette, “fondandolo sull’omofobia e sulla transfobia”.

Lo so, sembrano modifiche di dettaglio, di poco conto; in realtà, quello di Scalfarotto è un tentativo, legittimo e, io credo, anche saggio, di evitare di fornire una definizione di identità di genere che possa impedire alla legge di passare.

In realtà, per chiarezza e completezza, va detto che già la Corte costituzionale nel 2015 (sentenza 221) ha definito l’identità di genere come “elemento costitutivo del diritto all’identità della persona”.

La legge è stata definita da alcuni, in particolare le forze di centrodestra, come liberticida poiché lederebbe e limiterebbe la garantita costituzionalmente libertà di espressione.

L’art. 4 Zan così recita: “Ai fini della presente legge, sono fatte salve la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime ri­conducibili al pluralismo delle idee o alla li­bertà delle scelte, purché non idonee a de­terminare il concreto pericolo del compi­mento di atti discriminatori o violenti”.

Ripeto, per essere chiaro: urlare “frocio” ad una persona non è libertà di espressione, è lesione della dignità umana.

In ultimo, l’art.7 che istituisce la Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia, da tenersi il 17 maggio di ogni anno.

Qui, il vero centro della questione è uno, contenuto nel comma 3: la previsione che le scuole, di ogni ordine e grado e sia private che pubbliche, omaggino la giornata con iniziative ed attività, coerentemente con le proprie risorse e tempistiche.

Le scuole cattoliche aborriscono la possibilità di dover omaggiare questa giornata e visto che la DC è quiescente ma mai morta, tutti i democristiani in Parlamento hanno alzato gli scudi a difesa della libertà delle scuole cattoliche di, sostanzialmente, infischiarsene.

È un articolo essenziale per la vita della legge? No. È un articolo di cui si può fare a meno? Si. È un articolo che, se venisse cambiato, snaturerebbe la legge? No.

E allora forse un compromesso su questo tema lo si sarebbe potuto trovare.

In conclusione, nessuno ne esce bene: non ne esce bene Renzi, le cui piroette ormai non si contano più ed è sempre più lo spericolato di Palazzo Madama.

Non ne esce bene la destra, che pare voglia attaccarsi ad ogni cavillo pur di non scontentare gli amici al di là del Tevere; ma non ne esce bene, seppur in maniera più attenuata, Zan (e, con lui, tutta la sua maggioranza) che ha dimostrato poca flessibilità e, davvero, più la voglia di porre una bandierina che non di estendere diritti e tutele a chi li richiede.

Il 13 luglio si voterà in Senato, con voto segreto, tutti contro tutti. O il ddl Zan passa, e allora Letta pareggia i conti con l’arcinemico Renzi, o il ddl viene affossato e, probabilmente, verranno affossate con lui le speranze di tanta, tanta gente.

 

 

 

 

G masin, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, attraverso Wikimedia Commons

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