L’insostenibile leggerezza dei concorsi pubblici

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-di Pierre De Filippo-

La vita è tutto un quiz” cantava Renzo Arbore mentre per Eduardo “gli esami non finisco mai”.

È vero. Ma l’apoteosi la raggiunse Milan Kundera, che evidenziò l’insostenibile leggerezza dei concorsi pubblici.

Non era proprio così ma solo perché viveva in un mondo, quello ceco, che dal comunismo era stato avviluppato e ai concorsi si sostituiva la cooptazione. Ma siamo lì.

In Italia, non abbiamo mai avuto un grande rapporto con i concorsi pubblici. Non ci piacciono perché permettono, almeno astrattamente, alla competenza e al merito di venire fuori. E a noi non piace proprio per questo. Non piace ai politici che, in questo modo, vedrebbero limitarsi le loro possibilità di fare marchette, favori e clientele e non piacciono alla società, molto comunista da questo punto di vista: guai se qualcuno emerge, pur avendone il diritto.

Una mela a me e una mela a te. Pari e patta.

Dopo anni di turnover fermo, di blocco delle assunzioni e di misure di austerità, il neoministro della Pubblica Amministrazione, Renato Brunetta, ha promesso 500.000 assunzioni in cinque anni, per ringiovanire il “parco-personale”, sperando soprattutto di portare una ventata d’aria fresca: poter contare su un impiegato pubblico che mastichi la tecnologia, che sia aperto al cambiamento ed al problem solving non può che farci bene; un personale che, innanzitutto, non scenda in piazza ogni due per tre invocando aumenti di stipendio, coerenti con “che vuoi fare da grande? Il posto fisso”.

Si sa che, al Sud, la pubblica amministrazione è stato il più grande e importante ammortizzatore sociale, oltre che principale sacca di voti (di scambio e di clientela).

Per queste ragioni, è stato visto come manna dal cielo il concorso per l’assunzione di 2800 tecnici per le regioni meridionali: 36 mesi per aiutare, coadiuvare, seguire e gestire i profondi, si spera, cambiamenti che il Recovery Plan avrà su di noi, per far sì che i fondi strutturali europei non vengano più sprecati e per consentire una più rapida “transizione digitale”, per la quale è stato istituito anche un ministero.

Poi, però – dopo tanta, trepidante attesa – il bando è stato finalmente pubblicato e lo scoramento, l’amarezza e la delusione l’hanno fatta da padrone. Il merito era scomparso, e con lui la speranza.

Andiamo con ordine e con chiarezza: il bando si apre prevedendo un’innovazione: la preselettiva – una vera e propria roulette russa, senza molto senso – è stata sostituita dall’esame per titoli.

E fin qui tutto bene.

Titolo minimo richiesto: laurea triennale. A ben vedere, però, le cose cambiano: innanzitutto, i titoli vengono suddivisi in due gruppi: titoli di studio, che valgono fino ad un massimo di 4 punti, e esperienze lavorative, che arrivano a 6 punti, per un totale di 10.

La laurea triennale – ribadisco, il minimo richiesto – vale 0,10. Un centesimo del totale. La laurea magistrale 0,50. Un’inezia, una nullaggine, una minuzia. Praticamente non ha valore. Master e dottorati valgono di più, così come un anno di lavoro, che conta 1 punto.

Facciamo due calcoli: 3 anni per triennale, che è indispensabile, 2 di magistrale a patto che non ci si blocchi, non si perda tempo, che si vada spediti, senza problemi; un anno di master di I livello e un anno di master di II livello, 3 anni di dottorato – al quale accedi solo dietro imponente spinta, sennò t’attacchi – e almeno 3, 4 anni di esperienza lavorativa.

Il concorso è sì orientato ai giovani ma a quelli di 35-38 anni, che magari hanno famiglia, una moglie, un bambino, un cane e una casa. E che sognano un lavoro a tempo determinato di trentasei mesi sull’Aspromonte.

Per concludere, chiariamo un punto: l’esperienza lavorativa è essenziale, nessuno ambisce ad iniziare a lavorare come direttore generale della Farnesina, per carità, ma pare prevalga ancora l’approccio “si ricerca giovane neolaureato con vent’anni di esperienza lavorativa”.

A questo Paese le buone intenzioni certo non mancano. È tutto il resto che non c’è.

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