Libertà di espressione: l’Italia è ancora una democrazia?

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-di Giuseppe Espsosito-

Esiste in Francia una organizzazione, una ONG, con sede a Parigi e denominata RSF, ossia Reporters Sans Frontieres, il cui scopo è la difesa della libertà di informazione  e della libertà di stampa nel mondo. Essa ha anche lo status di consulente delle Nazioni Unite.

Fondatori della RSF furono, nel 1985, i giornalisti francesi Robert Ménard, Remy Loury, Jacques Molenat e Emilien Jubinot. Oggi RSF ha sedi oltre che a Parigi, anche a Berlino, Bruxelles, Ginevra, Madrid, Roma, Stoccolma, Tunisi, Vienna e Washington.

Tra le sue attività rientrano il monitoraggio degli attacchi alla libertà di informazione nel modo intero, la  denuncia di ogni forma di attacco ai media, la collaborazione coi governi per combattere la censura e l’approvazione di leggi tese a limitare la libertà di espressione.

In base alle informazioni raccolte, ogni anno l’organizzazione pubblica una sorta di graduatoria di circa 170  paesi dal punto di vista della libertà di informazione.

Nella graduatoria pubblicata quest’anno l’Italia ha subito un arretramento, rispetto all’anno precedente di ben 17 posizioni, finendo al 58° posto, dietro paesi come Tonga, Gambia e Suriname, e poco più avanti di Niger, Ghana e Papua Nuova Guinea.

Un fatto davvero inquietante per un paese che pretende di definirsi democratico ed un sintomo grave dei rischi cui quella pretesa democrazia è oggi esposta.

Ma che lo stato di salute dell’informazione in Italia sia piuttosto malconcio lo possiamo riscontrare ogni giorno. Il giornalismo italiano appare eccessivamente politicizzato ed asservito al potere. Se questa è una tara, per così dire originaria, oggi la situazione appare molto compromessa.

La pandemia prima, e poi lo scoppio del conflitto in Ucraina hanno messo in luce crudamente la mancanza di autonomia di giudizio della maggior parte della stampa italiana.

La pandemia ha causato una terribile crisi economica che ha reso i giornali, con un forte calo delle vendite, sempre più dipendenti dal denaro e quindi dagli introiti pubblicitari e dai sussidi statali.

La guerra russo ucraina ha mostrato in maniera ancora più accentuata la dipendenza e l’asservimento dei giornalisti al governo. Molti di essi arrivano all’autocensura per non abbandonare la linea del governo, supino, a sua volta alla volontà americana.

Ma un’altra delle cause che hanno prodotto un forte deterioramento della qualità della nostra informazione è legata alla concentrazione della proprietà dei giornali nelle mani di poche famiglie di imprenditori. Si pensi che giornali come Il Corriere della sera, Repubblica, La Stampa, Il secolo XIX, l’Espresso, l’Huffignton Post e tanti altri sono ormai proprietà di una holding finanziaria olandese controllata dalla famiglia Agnelli. Una famiglia, quest’ultima, che dopo aver sfruttato al massimo i contributi del governo italiano, per più di un secolo, ha abbondonato il nostro paese, trasferendo altrove la propria sede, per motivi fiscali e non solamente.

L’idea di giornali che un tempo erano stati espressione della sinistra siano finiti nelle mani di capitalisti senza scrupoli ci spinge a preoccuparci davvero per la tenuta democratica del paese. Un paese in cui, oggi, un primo ministro prende decisioni gravi sulla guerra senza ascoltare in nessun modo il parere del Parlamento.

Ma se qualcuno avesse nutrito qualche dubbio sulla validità della graduatoria stilata da RSF, ci ha pensato, in questi giorni la RAI a fugare quei dubbi.

Si legge infatti oggi su tutti i quotidiani che i vertici della nostra emittente di stato hanno deciso di sopprimere un programma di approfondimento come “Carta bianca” condotto su RAI3 da Bianca Berlinguer.

Il programma, uno dei pochi che riusciva a far fronte alla concorrenza de La7, è entrato nell’occhio del ciclone allo scoppio della guerra tra Russia ed Ucraina.

Il motivo principale è da ricercare nella posizione alquanto eterodossa rispetto al generale e grigio conformismo imperante nell’informazione del nostro paese, dove chiunque osi avanzare dubbi sulla vulgata ufficiale, o cerchi di approfondire le cause della guerra in corso, è indicato come filorusso o filoputiniano. Un atteggiamento così retrivo non si era mai conosciuto pur nel misero panorama della nostra informazione.

Il casus belli è stato l’aver ospitato in trasmissione il professor Alessandro Orsini accusato di sostenere tesi a favore della Russia di Putin. E ciò nel quadro della demonizzazione del dubbio. In più, la Berlinguer aveva osato offrire al professore un contratto per la sua partecipazione a sei puntate dello show, con una retribuzione di 2000 euro a puntata.

A questo punto, tutti gli ipocriti che siedono nel nostro sventurato Parlamento sono insorti affermando che non si può pagare con denaro pubblico qualcuno che osi sostenere tesi contrarie al dettato governativo. Cosa che grida vendetta se si pensa che nelle nostre reti viene ospitato un personaggio supponente  che non mostra alcun rispetto per il nostro paese, che risponde al nome di Ala Friedman. Succeduto a Conte, nella trasmissione di Myrta Merlino, “L’aria che tira”, prima di sedere sulla sedia sulla quale era seduto prima di lui Giuseppe Conte, si è esibito nell’imitazione del Berlusconi che spolverava la sedia di Marco Travaglio, in una vecchia trasmissione di Santoro.

A tale gesto offensivo nessun ha protestato mentre invece la quasi totalità di un partito come il PD, ha effettuato una levata di scudi contro quell’Orsini colpevole di voler portare tesi diverse da quelle che unanimamente ci vengono somministrate in tv e sui giornali.

A questo punto come non nutrire dubbi sul futuro democratico del nostro paese? Occorre reagire, far sentire la propria voce, soprattutto contro un governo che ci sta portando in guerra senza neppure dirlo apertamente. Un governo che sta facendo di tutto perché gli italiani paghino a caro prezzo la pretesa americana di eliminare la Russia dallo scacchiere mondiale. Una pretesa che sarà pagata solo dall’Europa e da cui gli USA trarranno solo vantaggi, a partire da quello legato al fatturato delle proprie industrie di armamenti.

Bisogna svegliarsi, prima che sia troppo tardi.

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