L’eroica di Beethoven per ricordare gli agenti di Trieste

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A Genova l’omaggio di Riccardo Muti per l’inaugurazione dell’anno accademico – di Francesco Fiorillo

La musica è un’arte universale, attraverso la quale artisti di nazioni, religioni e lingue diverse possono esprimere gli stessi sentimenti senza bisogno di parole. E’ questo il messaggio che ha voluto lanciare Riccardo Muti, chiamato sabato ad inaugurare l’anno accademico dell’Università di Genova. In quanto ospite d’onore, il celebre direttore d’orchestra ha preferito tenere una lezione di direzione ai ragazzi del conservatorio “Niccolò Paganini”, piuttosto che intervenire con una classica orazione.

“Ho chiesto” ha spiegato il maestro, “invece di parlare -perché oggi si dicono tante parole- di lavorare coi ragazzi del conservatorio”.

E’ vero, oggi si dicono tante parole:  ma nel frastuono di comizi, salotti e monologhi, pochi sono i significati che vengono davvero trasmessi. Ecco perché appare giusto, quasi logico, che in un’occasione come questa sia la musica di Beethoven a fare da portavoce.

Non è un caso che sia stata scelta la Marcia Funebre della Sinfonia numero 3, detta Eroica: il direttore ha voluto dedicarla alla memoria dei due poliziotti caduti a Trieste lo scorso venerdì, uccisi in una sparatoria in Questura durante normali accertamenti. Due morti senza senso, quelle di Pierluigi Rotta (34 anni) e Matteo Demenego (31 anni), freddati dal gesto disperato di un uomo in fuga con disturbi psichici. Di fronte a tragedie come queste, si rimane agghiacciati, e le parole sembrano inutili. Ecco perché la musica diventa l’unico mezzo per esprimere in modo davvero universale il dolore.

L’Eroica di Beethoven appare perfetta per l’omaggio di Muti: ispirata alla figura di Napoleone Bonaparte, la Sinfonia numero 3 è celebre per la sua grandiosa e straordinaria Marcia Funebre, nella quale l’eroe viene trasfigurato ed elevato nel momento in cui si contempla l’idea della sua morte. La consapevolezza della caducità della vita umana attraversa tutta la Marcia, ma proprio nel mezzo di questa disperazione, il compositore tedesco inserisce una dolce e solenne sezione in maggiore, in cui esplodono gioia ed eroismo. Dove vi era morte, ora c’è vita.

Anche per Muti al cordoglio deve necessariamente seguire la speranza: un sentimento che la musica può veicolare unendo tutti i popoli del mondo, e che per lui è rappresentato dalle aspirazioni dei giovani musicisti; nuove leve che tuttavia devono fare i conti con una desolante mancanza di strutture adeguate alla promozione della loro arte.

“Avere tanti conservatori va benissimo, però questi ragazzi poi avranno bisogno di trovare un’occupazione>> ha dichiarato il maestro, <<e se non si creano teatri e orchestre sinfoniche, sarà difficile per molti di loro trovare un lavoro, il che in un certo senso è un crimine”.

Un crimine. Una parola forte, specie con gli eventi di Trieste ancora freschi nella memoria. Ma se spezzare delle vite è un delitto, non lo è forse anche stroncare i sogni di giovani musicisti? Non si tratta, in entrambi i casi, di negare un futuro alla nostra società?

“I ragazzi sono la nostra speranza” ha ribadito il maestro, invitando a “non demordere e credere nei valori della scienza, nei valori della cultura e nei valori spirituali, perché solo così si può non tradire il nostro glorioso passato”. Come si può, d’altro canto, guardare al futuro senza aver ben presente il valore della nostra Storia?

” L’Italia è il Paese che nei secoli ha dato di più al mondo nel campo della musica>> ha commentato il direttore. Ma, ha aggiunto amaramente, <<noi abbiamo un po’ abbandonato il nostro passato”.

Dovremmo invece riappropriarci della nostra Arte, e del suo messaggio universale; promuoverla e diffonderla, perché tragedie come quella di Trieste non ci gettino nel più profondo sconforto. Solo attraverso l’Arte possiamo alimentare la speranza.

E con la speranza, possiamo sconfiggere la morte.

 

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