La strada verso la Casa Bianca tra veleni e contestazioni

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La svolta della discordia- di Antonino Papa-

La storia si potrebbe ripetere a distanza di venti anni. Era infatti il 2000 quando fu la Corte Suprema USA a decidere, di fatto, il contenzioso scoppiato tra George W. Bush ed Al Gore a causa di una differenza di soli 537 voti per aggiudicarsi lo Stato della Florida che all’epoca attribuiva al vincitore 25 Grandi Elettori.
In un primo momento, durante la notte elettorale, alcuni media assegnarono la vittoria ad Al Gore per poi ritrattare successivamente, dopo giorni durante i quali i voti furono conteggiati nuovamente e finché la patata bollente non passò nelle mani della Corte Suprema che impose letteralmente ad Al Gore di dichiararsi sconfitto; ovviamente i democratici se la legarono al dito. Ciò che sta accadendo oggi, a meno che non vi siano improvvisi colpi di scena durante la stesura di questo articolo, è l’esatta copia di allora, con minacce di ricorsi ed accuse di “brogli” che aleggiano nell’aria.

Trump, dall’alto della sua posizione di figura dominante, esprime perplessità (con i suoi modi coloriti e perentori) in merito ai voti inviati per posta e sui risultati di alcuni Stati minacciando di portare l’avversario di fronte alla Corte; a Trump fa eco Rudy Giuliani (suo legale personale) che addirittura paventa “corruzione” a detta di alcune testate USA.

Dal lato Biden invece traspare la “calma del vincitore”, atteggiamento attraverso il quale lo sfidante intende spegnere ogni polemica sebbene, con toni che potremo definire consoni, risponde alle accuse dirette dell’avversario.

Ma facciamo un passo indietro e prendiamo in esame un dettaglio non poco significativo, ovvero la morte della Giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg, il 18 settembre, che ha innescato, addirittura solo 48 ore dopo, un aspro scontro tra Repubblicani e Democratici i quali auspicavano, come anche da ultime volontà della Giudice stessa, la nomina di un nuovo membro soltanto dopo il risultato elettorale.

I Repubblicani, di contro, e con Trump in primis per ovvie ragioni, premevano per una nomina immediata ed assolutamente prima dell’atto finale della battaglia elettorale.

E “così fu” … il 26 settembre, ad una sola settimana di distanza dalla scomparsa della Bader Ginsburg, arriva la nomina del nuovo togato: Amy Coney Barrett che sposta a “destra” il peso della Corte (considerando che le nomine sono di competenza del Presidente in carica) ed il Senato a maggioranza Repubblicana, cui è demandata la ratifica, approva il 26 ottobre.

Ciò è un chiaro atto in previsione di eventuali contestazioni di risultati e ad impressa memoria di quanto accaduto venti anni prima, ma anche la conferma che tutto il mondo è paese e che, ai più alti livelli di qualsiasi istituzione, esistono colori politici con una parvenza di rispetto della legge, la Costituzione USA nel caso specifico.
Ritornando al presente, alla luce dei ricorsi avviati da Trump, in evidente difficoltà e partecipe di un testa a testa che lo vede probabilmente sconfitto, constatiamo la reale importanza di quella nomina nel caso in cui i risultati portino davvero i candidati a camminare sul filo del rasoio.

La morale della favola è che la Nazione è divisa, spaccata praticamente in due sulla quale pesa, a discapito di Trump, la non perfetta gestione dell’emergenza, l’inasprirsi di scontri a sfondo razziale e la troppa “vicinanza” del Presidente USA a Putin (tacciato quest’ultimo di aver “dato una mano” quattro anni fa a far eleggere l’attuale Presidente attraverso un esercito di presunti hackers che avrebbero influenzato parte dell’elettorato tramite i social ed altri web-media), a cui si aggiunga anche il silente scontro commerciale tra USA ed Unione Europea.

Dalla sua parte però Trump ha i mercati finanziari alle stelle ed i nuovi posti di lavoro creati (al netto di quelli persi a causa del COVID-19), una forte personalità attraverso la quale tende ad infondere sicurezza nei più deboli ed una costante spinta imperialista a difesa del potere dell’America nel mondo, mostrata anche negli scontri (quasi bellici) con la Corea Del Nord e commerciali, e non solo, con la Cina.

L’elettorato di Biden è rappresentato dalla classe media benestante ed istruita, ovvero da coloro che stanno nel mezzo, tra i più poveri (che vedono in Trump “l’uomo forte” capace di risollevare le loro sorti) e le grandi lobbies industriali e finanziarie notoriamente più vicine ai Repubblicani.
Dal dopo Obama gli USA stanno cercando di ritrovare un’identità forte ed un’unità perduta ma soprattutto un vero leader capace di rappresentare tutti gli americani avendo anche l’imprimatur di chi non lo ha scelto.
Probabilmente questo leader non è Trump ed è più facile che gli elettori Repubblicani accettino Biden che il contrario.
“Col permesso della Corte” direi che la seduta è aggiornata al 20 gennaio 2021, giorno
d’insediamento nel nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

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