La sentenza della Corte costituzionale tedesca: una mina sul futuro dell’Europa

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-di Giuseppe Esposito

Dopo lunga attesa la corte di Karlsruhe si è pronunciata e sembra che lo abbia fatto con una tempistica che appare sospetta. Il quesito cui un gruppo di intellettuali e politici tedeschi l’aveva chiamata a rispondere riguardava la legittimità della partecipazione della Germania al programma di Quantitative Easing, lanciato nel 2015 dalla BCE sotto la guida di Mario Draghi.

Apparentemente la corte accetta la pronuncia della Corte Europea, secondo la quale tale partecipazione non sia in contrasto con la costituzione tedesca, tuttavia impone al governo della Merkel di chiedere alla BCE di chiarire “in maniera comprensibile ed argomentata gli obiettivi dei suoi interventi in ambito QE e di dimostrarne la proporzionalità rispetto alla situazione dei singoli stati, a partire dal 2015. Impone anche un termine di tre mesi per la elaborazione della risposta. Un vero e proprio ultimatum. Infatti qualora la risposta della banca centrale non dovesse essere ritenuta sufficiente, la Germania avrebbe, secondo i giudici il dovere di sfilarsi dai programmi elaborati dalla BCE. Programmi che sono di stimolo alla economia dei paesi colpiti dalla crisi da coronavirus e soprattutto, mette a repentaglio la definizione del Recovery Fund che è in queste settimane in discussione e Bruxelles. E la cosa desta non pochi sospetti verso i tedeschi. La sentenza della loro corte mette in evidenza un contrasto tra il diritto dei singoli stati e quello dell’Unione. In base ai trattati che sono alla base della creazione della UE, a prevalere dovrebbe essere il diritto comunitario, ma i giudici, con una formula ambigua hanno affermato che ciò è vero solo fino a quando le decisioni comunitarie non intaccano quella che essi definiscono l’identità costituzionale dei singoli stati. Identità che poggia, secondo loro sulla politica monetaria dello stato e sul suo bilancio finanziario. Qualora, dunque, le decisioni comunitarie siano per i tedeschi in contrasto con tali principi, essi hanno pieno diritto di sottrarvisi.

Ognuno comprenderà quanto una tale pronuncia sia eversiva per la coesione dell’Unione e per il principio di comunità che sta alla base della sua nascita.

La pronuncia dei giudici tedeschi è estremamente pericolosa ed apre la strada ad ulteriori contenziosi da parte di altri stati membri. Si è già espressa la Polonia (pensa un po’ la Polonia) che per bocca del suo ministro della Giustizia ha affermato: “La Germania difende la propria sovranità: l’Unione Europea fa solo quello che noi stati membri le permettiamo di fare.”

Mi chiedo dove sia finito o se sia mai esistito quello spirito comunitario cui accennavo poc’anzi. E l’attacco viene da un paese che ha vissuto per tanti anni nell’orbita sovietica e che dal suo ingresso nell’Unione ha tratto solo vantaggi.

Ma la sentenza è stata criticata anche da un organo autorevole come il Financial Times che ha definito la pronuncia dei giudici tedeschi “errata” poiché mette in evidenza la fragilità della BCE che è la sola istituzione in grado di muoversi rapidamente e efficacemente in difesa dell’unione monetaria.

Possiamo allora pensare che la storia si ripete ed i tedeschi, ancora una volta, sono quelli che appiccano il fuoco che rischia di trascinare di nuovo il vecchio continente verso una tragedia che potrebbe, stavolta, essere fatale.

E la posizione dell’Italia? Per il momento si resta a guardare. I ministri italiani, Gentiloni e Gualtieri, cercano di minimizzare la portata potenzialmente devastante di quella sentenza. Ci resta il dubbio che abbiano davvero compreso le reali conseguenze sull’Unione e sui paesi membri. Italia compresa.

 

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