Covid-19. La ripresa: una proposta economica innovativa

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-di Giuseppe Esposito-

Da quando la pandemia da coronavirus ha cominciato a bloccare la gran parte delle attività produttive in molti hanno iniziato a chiedersi quale sarebbe stato l’impatto economico di tale evento così inatteso e così travolgente sulla vita dei cittadini di gran parte del mondo. Le previsioni e gli scenari immaginati sono così terrificanti da far dire che le misure da prendere per limitare almeno i danni dovrebbero essere assai diverse da qualsiasi altro provvedimento adottato per fronteggiare altre crisi intervenute in un passato anche piuttosto recente. Sebbene anche allora la risposta da parte dell’Europa non fosse stata molto soddisfacente ed anzi aveva spinto un paese come la Grecia verso una recessione mai conosciuta prima. In molti hanno evocato il famoso piano Marshall, messo in atto dagli Stati Uniti, dopo la fine del secondo conflitto mondiale in favore dei paesi dell’Europa.

Tuttavia ad una tale soluzione molti si oppongono poiché la condizione di oggi è assai diversa da quella del secondo dopoguerra. Gli Stati Uniti non sono più la potenza egemone di quel tempo ed il mondo non è più diviso in due parti contrapposte. Si dice che lo scopo dell’intervento statunitense, alla fine degli anni Quaranta avesse come fine politico quello di impedire che i partiti comunisti, i quali guardavano all’Unione Sovietica, potessero prendere vigore nei paesi dell’Europa occidentale. Gli scenari geopolitici di oggi sono assai più complessi ed anche la portata di un eventuale nuovo piano simile al Marshall avrebbe una consistenza economica assai più marcata e certo non sono gli Stati Uniti di oggi quelli che potrebbero elaborare una simile idea.

Chi dunque dovrebbe intervenire ed anzi, vista la realtà che ci attende, possiamo dire “deve” intervenire? La risposta è univoca: l’Europa, la quale rischia, se si lascia invischiare nelle pastoie degli egoismi dei singoli stati, di implodere e scomparire. Ma nessuno dei paesi può pensare di riuscire a competere da solo con colossi quali la Cina di oggi e gli Stati Uniti, per non parlare delle attitudini egemoniche della Russia di Putin. Ed in questa Europa incapace di prendere una qualche decisione e che ad ogni seduta dell’Eurogruppo, non sa far altro che prender tempo e rinviare il momento della decisione, qualcuno comincia ad avanzare idee diverse da quelle che portano al MES, al Sure o agli Eurobond.

L’ultima ad elaborare una proposta concreta e nuova è stata la Spagna per bocca del suo premier Pedro Sanchez. Sanchez ha cercato di portare il discorso  fuori dai binari soliti su cui gli adepti della religione liberista lo avevano incamminato ed ha affermato che i paesi europei colpiti da questa nuova crisi, non possono indebitarsi per avviare la ripresa, perché dopo, difficilmente sarebbero in grado di restituire i finanziamenti che qualunque dei meccanismi proposti ha finora suggerito. Prendere del denaro a prestito per la ripresa post coronavirus significherebbe solo rinviare un default ineluttabile. La proposta di Sanchez coglie in pieno quello che è il nocciolo della questione e con lui concordano ben 101 dei maggiori economisti che si sono fatti promotori di un appello che condivide la posizione degli spagnoli.

La proposta del governo iberico consiste nella richiesta alla Ue di gettare nel rogo della crisi, a mezzo della BCE, una somma di 1500 miliardi erogati sotto  forma di debito perpetuo dei 27 paesi UE ed assegnati tramite trasferimento diretto ai paesi maggiormente colpiti e limitatamente alla durata della  dalla crisi. Si tratterebbe di un fondo che andrebbe a costituire un debito irredimibile cioè a fondo perduto. Un tale tipo di intervento potrebbe essere negoziato con Berlino poiché esso, essendo legato al bilancio UE e non a quello dei singoli paesi, non richiederebbe per la Germania modifiche giuridiche da sottoporre a complesse votazioni in Parlamento e non potrebbe nemmeno essere oggetto di ricorsi alla Corte Costituzionale del Paese. Il fondo da utilizzare a tale scopo dovrebbe essere creato entro giugno e potrebbe evitare un indebitamento massiccio dei paesi del sud Europa.

L’ammontare dei trasferimenti non rimborsabili dovrebbe essere slegato dal reddito degli Stati ma collegato all’intensità degli effetti negativi prodotti dal coronavirus, con criteri quali la percentuale di popolazione colpita, la perdita di PIL o l’aumento della disoccupazione. La proposta sembra sensata ed è anche l’ultima occasione di salvare sia i singoli paesi che questa Europa ostaggio dell’egoismo di quanti predicano il rigore solo quando si tratta di giudicare gli altri, ma che poi, vedi l’Olanda, si comportano in maniera assai censurabile, essendosi trasformati in veri e propri paradisi fiscali che, nel cuore stesso dell’Europa, sottraggono gettito fiscale per decine di miliardi agli altri partners europei.

 

 

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