La ragione e il torto

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-di Michele Bartolo-

Alessandro Manzoni, nei suoi “Promessi Sposi” ci ricorda che “la ragione e il torto non si dividono mai, con un taglio così netto,  che ogni parte sia soltanto dell’una o dell’altra”.

Applicando il principio ai giorni nostri, la riflessione non può non riguardare il conflitto attualmente in corso in Ucraina, ovvero la invasione da parte dell’esercito russo del territorio del Paese confinante. La guerra va sempre condannata, senza se e senza ma, come pure le morti e le distruzioni causate dai combattimenti, da qualunque parte essi provengano.

Premesso questo, dobbiamo dire che una guerra ha sempre una sua ragione, anche se apparentemente può sembrare il frutto di una insana follia. Dopo settanta e più giorni di conflitto armato, i comizi quotidiani del presidente Zelensky dinanzi ai Parlamenti di tutto il mondo, il tam tam dei giornali e delle televisioni che ci hanno parlato del genocidio di un popolo, i paragoni tra le gesta di Putin e quelle di Hitler, sino ad arrivare a mettere sul banco degli imputati la cultura russa e tutti i suoi esponenti, passati e presenti, hanno finito, a mio avviso, per ottenere il risultato opposto di quello probabilmente sperato.

In tutto il mondo vi sono sempre state guerre, morti e distruzioni e non è vero che in Europa non vi sia più stata una guerra sanguinosa dopo il 1945: basti pensare, infatti, alla guerra nella ex Jugoslavia. Ma l’Italia ha avuto un’altra guerra vicino ai suoi confini, nel periodo dei bombardamenti americani prima e della guerra civile poi in Libia, senza che nessuno abbia mai parlato di criminali di guerra o di pericolo di una escalation del conflitto, nonostante, all’epoca del dittatore Gheddafi, due missili venissero indirizzati anche sul suolo italiano, precisamente verso Lampedusa.

Ma, a prescindere da queste argomentazioni, i giudizi verso le guerre cambiano, a seconda che servano per esportare la democrazia ovvero per difendere la propria sicurezza ed il proprio ruolo nello scacchiere mondiale.

Allo stesso modo, i giudizi verso le dittature sono antitetici, cambiano a seconda della convenienza, se oggetto del giudizio è il Presidente turco Erdogan o il Presidente russo Putin. Ques’ultimo, poi, è divenuto la causa di tutti i mali ed è stato oggetto di una accanita campagna mediatica, che lo ha reso persino meno inviso a chi non ne ha mai condiviso politica e filosofia del potere.

Intendiamoci: la guerra, come detto, va sempre condannata, da qualunque parte provenga, come pure l’invasione di un Paese sovrano, che costituisce una lesione della integrità territoriale di una Nazione ed una palese violazione del diritto internazionale. Da questo punto di vista, quindi, non ritengo che Putin stia conducendo una guerra giusta oppure debba giustificarsi come lecita l’operazione speciale militare che l’esercito russo sta conducendo sul suolo ucraino.

Detto questo, però, va considerato anche il torto degli altri, nel caso di specie della coalizione dei Paesi della Nato, attualmente opposti alla Federazione Russa, pur senza dichiararlo apertamente, i quali alimentano di fatto una guerra per procura, attraverso il potenziamento militare, economico e logistico dell’esercito ucraino, pur senza esporsi in via diretta nel conflitto, come sarebbe avvenuto, ad esempio, con la istituzione di una no fly zone sui cieli del Paese vittima dell’invasione. Ciò posto, va tuttavia evidenziato che la Nato potrebbe e dovrebbe essere la spina dorsale di un accordo che consentirebbe una via di uscita a Putin, dietro la formale rassicurazione che la Nato non allargherà i propri confini ad est, come peraltro già promesso ai tempi di Gorbaciov.

Invece, quello che sta avvenendo  costituisce una palese violazione degli stessi principi del Trattato del Nordatlantico che, all’articolo 1, recita: “Le parti si impegnano,  come stabilito dallo Statuto delle Nazioni Unite, a comporre con mezzi pacifici qualsiasi controversia  internazionale in cui potrebbero essere coinvolte”.

Dal punto di vista diplomatico, per la verità, se si eccettua l’operato prudente e razionale del Presidente francese Macron e il tentativo di mediazione del Presidente turco Erdogan, nessun Paese aderente alla Nato ha elaborato proposte o suggerito soluzioni pacifiche, fomentando, anche nel linguaggio usato, i contrasti e le divergenze con la controparte (mi riferisco non solo gli Stati Uniti, ma anche  alla Polonia, ai Paesi Baltici ed al Regno Unito, per citarne alcuni).

Analogo ragionamento vale per le nuove adesioni di cui si parla, Finlandia e Svezia tra tutte. Il trattato originario dispone che le nuove adesioni devono contribuire alla sicurezza della Regione dell’Atlantico settentrionale, mentre neanche le più ardite acrobazie interpretative potrebbero dimostrare che un qualunque ingresso nella Nato di oggi non causerebbe una destabilizzazione  e pericoli anche di dimensioni incontrollabili per l’intera Alleanza.

Sullo sfondo, il ruolo dell’Italia, che nella sua Costituzione, all’articolo 11, ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali, pur accettando limitazioni alla propria sovranità,  finalizzate, queste ultime, ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia tra le Nazioni.

In tale ottica, e solo in tale ottica, l’articolo 11 prosegue affermando che  l’Italia “(..)  promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo(..)”. L’auspicio, quindi, è che la partecipazione dell’ Italia alla Nato si ricollochi nell’alveo dello spirito originario del Trattato costitutivo dell’organizzazione, in armonia con il nostro dettato costituzionale.

                                             

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