La “questione femminile” vista da un uomo

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-di Pierre De Filippo-

La questione femminile, al pari di quella meridionale, torna di tanto in tanto a fare capolino nella nostra opinione pubblica. È ormai un leitmotiv che, un po’ come le canzoni di Natale, vive di alti e di bassi, di grande attenzione mediatica e di lunghi periodi di silenzio ed esilio.

A rispolverare il tema ci ha pensato ultimamente il professor Alessandro Barbero – che sta vivendo il suo periodo di disgrazia dopo essersi opposto al green pass per gli accademici – il quale ha detto, essenzialmente, che le donne “sono insicure e poco spavalde e perciò non hanno successo”.

Apriti cielo, è venuto giù di tutto e c’è già chi mette in discussione la salute mentale e la capacità di discernimento che il prof avrebbe ormai irrimediabilmente perso.

Conviene, però, ragionare sui dati: in Italia, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro è estremamente bassa, ampiamente sotto la media europea; la presenza di donne nei CdA delle grandi aziende è ridotta al lumicino e le quote rosa, vessillo di un certo femminismo estremo, sono una misura ambigua e altamente discussa.

Valorizzano il ruolo della donna, garantendogli margini di partecipazione, o lo sviliscono?

Personalmente, sposo la seconda tesi. Imporre la presenza di donne – corretto se osserviamo il dato solo quantitativamente – presuppone un ragionamento: “non ne avremmo mai in numero sufficiente se lasciassimo fare al mercato”. Qualitativamente un affronto.

Lungi dal porre rimedio, le quote rosa rappresentano la sineddoche di ciò che Simone de Beauvoir definiva uguaglianza diseguale, basata sul mero formalismo e non su un cambio di passo culturale di cui abbiamo bisogno.

Viviamo in una società maschilista? Certo. Lo dimostra non solo la poca presenza di donne nei luoghi del potere ma anche il terribile e sempre crescente verificarsi di femminicidi, violenze, stalking.

Viviamo in una società in cui anche le donne, spesso, sono portate a pensare che il maschilismo sia la regola? Credo di sì, senza ipocrisia.

La percentuale di ragazze che si iscrive alle cosiddette facoltà STEM (Scienze, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) è bassissimo. Sono le famiglie a non volerlo? Ma se oggi chiunque ha il cellulare ben prima dei dieci anni e il piercing sulla lingua a dodici!

È un fatto culturale che riguarda parimenti uomini e donne. È il credere, come pure fa una certa corrente filosofica femminista, che le donne debbano occuparsi solo di curare e non di decidere o che, assurdamente, la lotta per il potere sia una lotta tra l’uomo e la donna.

Valeria Mancinelli è la meravigliosa sindaca di Ancona, eletta qualche anno fa come il miglior sindaco al mondo; Giulia Pastorella è un’eccellenza italiana, neoeletta al consiglio comunale di Milano. E come loro ce ne sono tante altre, senza scomodare Nilde Jotti e Tina Anselmi, che non hanno avuto bisogno di sponsorizzazioni, spinte e quote rosa.

È vero che, nei venti capoluoghi andati al voto alle scorse amministrative, nessuna donna è stata eletta sindaco. Qualcuno s’è subito prodigato a dire: “bene, la prossima volta ne candidiamo qualcuna”.

Ma, abbiamo davvero bisogno di qualcuna? O, piuttosto, abbiamo bisogno di persone preparate, capaci, serie indipendentemente dal sesso? Personalmente, rimango convinto del fatto che se ci fossero più donne al potere il mondo sarebbe un posto migliore, ma guai a vedere la questione femminile come una vertenza sindacale in cui ciascuno difende la propria corporazione.

Ha ragione Barbero nel dire che le donne sono insicure e poco spavalde? Per esperienza personale, dico di no. Quelle che conosco – forse rappresentano un’eccezione, non so – tutto sono tranne che insicure e poco spavalde.

E, però, la difficoltà a farle partecipare alla vita politica è tanta, perché spesso la risposta è “la politica è una cosa da maschi”. Come se il cucito fosse una cosa da femmine.

 Quindi? Quindi, lascino andare, le donne, le false contrapposizioni e rifiutino le ipocrite regalie di qualche posto che, puntualmente, è un contenitore vuoto. Si propongano – in tutti i campi, non solo in quello politico – per ciò che sono: le migliori. Guidino, loro per prime, la rivoluzione meritocratica, indispensabile per questo Paese.

Facciano, essenzialmente, ciò che fanno dentro le mura domestiche: comandino.

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