La pillola del Lunedì: Art 37 della Costituzione, dolce chimera.

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di Luigi D’Aniello

Sentendo di una donna che si lamentava di prendere uno stipendio inferiore a quello di un suo collega che svolge la sua stessa mansione lavorativa in una grossa azienda del Nord, mi son chiesto: ma le donne lavoratrici non hanno gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore, come recita in parte l’articolo 37 della Costituzione?

Alla luce dei fatti mi viene da pensare che sia già molto se le permettono di lavorare.
Ma, questo atteggiamento discriminatorio nei confronti delle donne e non solo nel campo lavorativo viene da molto lontano.

Infatti, già nell’antica civiltà greca, la vita della donna era relegata all’interno della casa. Il suo unico valore sociale era dovuto alla procreazione. Il matrimonio era combinato dagli uomini per interessi economici e la donna, trattata come un oggetto, passava dalle mani del padre a quelle del marito. Inoltre l’uomo, poteva commettere adulterio con altre donne, mentre la donna, se lo commetteva, era punita in modo molto severo.

Per un uomo, avere molte donne significava raggiungere il successo, abituato da sempre a considerare la donna nella società come un oggetto. Mentalità questa che da noi, fino al 1981, era anche tollerata dalla legge. In Italia vi era, infatti, il famoso “delitto d’onore”, un’attenuante concessa solo agli uomini. L’art. 587 del codice penale sanciva cioè una riduzione della pena per l’uccisione della propria moglie, figlia o sorella, in caso di adulterio.

Inoltre, sempre fino al 1981, in Italia vigeva il “matrimonio riparatore” , quando un uomo commetteva stupro nei confronti di una donna nubile, poteva evitare il processo chiedendola in moglie, e la famiglia della vittima, per evitare il disonore, quasi sempre accettava. Cosi lo stupratore diventava il marito della vittima.

Tutto ciò nasceva da una malsana abitudine di considerare la donna inferiore all’uomo, elemento questo, che ancora oggi è la principale causa di violenza all’interno della coppia che conduce ai casi estremi di femminicidio.

Ma finché ci saranno uomini nelle cui vene scorre il sangue di Enea e quello di Cesare , la vedo un po’ dura per  le donne,  riuscire a non essere mai più vittime di stupro, di femminicidio, a non essere considerate solo degne di fare figli e nel campo lavorativo, a parità di funzione avere la stessa retribuzione.

Scusate, chiedo per un amico: come si può avere nelle vene il sangue di Enea, se Enea è il frutto della fantasia di Virgilio? E non era a Cesare che piaceva andare a letto anche con gli uomini?

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