La grande menzogna

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Mentre prosegue l’insulsa campagna elettorale, le notizie sul conflitto in Ucraina sono passate in secondo piano. Tuttavia la guerra in quel paese continua e l’atteggiamento adottato dalla stampa e dall’informazione italiana in genere, mi ha fatto tornare alla mente il titolo di un volume a firma di tre autori: Valerio GiMengante, Luca Kocci, giornalisti e Sergio Tantarella storico, dal titolo  “La grande menzogna”, pubblicato dalla casa editrice Dissensi.

Argomento della pubblicazione è la manipolazione della opinione pubblica in occasione della partecipazione italiana alla Grande Guerra, a fianco dell’Intesa e contro gli Imperi centrali.

La narrazione, imposta all’epoca dalle elites e da coloro che avevano interesse all’entrata in guerra del nostro paese, tendeva a mostrare quella partecipazione come parte di un processo iniziato con la cosiddetta unità del 1860 e proseguito senza cesure verso la creazione della nazione. La guerra doveva essere il mezzo per completare la costruzione del Paese, sia dal punto di vista territoriale che dal punto di vista della formazione degli italiani. Essa sosteneva, insomma, la tesi espressa dalle parole del sottosegretario Paolo Peluffo: “L’affratellamento in trincea fu il primo vero momento in cui si fecero gli italiani.”

Tesi vuota e stantia, secondo il parere degli autori del libro e che va assolutamente confutata a favore della verità sottostante alla diffusa propaganda messa in campo prima e dopo la guerra.

Infatti furono solo in pochi ad avvantaggiarsi dall’entrata in guerra dell’Italia e furono esclusivamente gli industriali, i costruttori di armamenti e di attrezzature belliche. La maggior parte della popolazione avvertì sulla propria carne il dolore per le centinaia di migliaia di vittime, di mutilati, di prigionieri abbandonati dal governo alla propria sorte poiché ritenuti traditori.

Quell’immane conflitto segnò profondamente l’immaginario, la cultura e la politica italiana con conseguenze assai gravi.

Ad essere colpiti furono non solo coloro che avevano combattuto in trincea, ma anche le famiglie a cui essi furono resi solo cadaveri o non furono resi affatto. Molte migliaia furono quelli che tornarono con devastazioni fisiche e psicologiche inenarrabili. In quella guerra, per la prima volta, furono usati tutti gli strumenti di distruzione disponibili: gas, mitragliatrici, aerei, lanciafiamme e sommergibili.

Per i maggiori gruppi industriali la guerra fu un grande affare e fu la prova generale di quella corruzione sistematica che ancora oggi, dopo più di cento anni, non siamo capaci di estirpare e che tante risorse sottrae al Paese.

L’entrata in guerra fu preparata con una pervasiva manipolazione della pubblica opinione. Fu messa a punto una enorme macchina propagandistica in cui furono coinvolti scrittori, testate giornalistiche, riviste letterarie ed intellettuali singoli.

L’unica voce a tuonare contro la follia della guerra fu quella del pontefice, Benedetto XV, ma rimase inascoltata.

Anzi, proprio in ambito ecclesiastico, ebbe particolare spicco una figura che ebbe una profonda influenza nel creare consenso a favore della guerra. Essa fu quella di Padre Agostino Gemelli, capitano medico assegnato al Comando Generale dell’Armata. In quel ruolo fu tra i più ascoltati consulenti del Comandante in capo, generale Cadorna.

Il Gemelli attribuiva alla morte una valenza religiosa che avvicinava la morte in battaglia alla missione salvifica del Cristo. Per padre Gemelli la guerra andava considerata come una occasione provvidenziale di rinascita cristiana. In questa sua delirante interpretazione della guerra giunse ad affermare: “Per noi che rimaniamo, per le spose, le madri, i figli, le sorelle, gli amici, per i compagni d’arme, per quanti siamo in lutto in queste giornate di prove, la morte dei nostri giovani è ragione di conforto. Essi hanno accettato di morire perché hanno sentito la bellezza cristiana di morire per la patria. Essi hanno fatto di più: hanno fatto risuonare nella morte questa dolce voce della speranza cristiana che consola, che rende forti, che sprona al sacrificio, che ci fa degni, insomma, dell’ora della prova che oggi viviamo.”

A leggerle oggi queste parole sembrano davvero una follia, oppure il segno di una mistificazione, di una ipocrisia al servizio di altri interessi meno nobili. Insomma la versione cristiana della locuzione oraziana: “Dulce et decorum est, pro patria mori.” Si può accettare che un uomo di chiesa propaghi un simile messaggio?

Quando poi alla indegnità della classe dirigente, possiamo prendere ad esempio il Comandante in Capo, il generale Cadorna. Incapace, inadatto a comprendere le caratteristiche della nuova guerra egli ordinava di mandare le truppe all’assalto delle trincee nemiche ben difese dalle nuove armi come le mitragliatrici in un sacrificio inutile e destinato preventivamente all’insuccesso. Dimostrava in questo lo scarso rispetto per la vita umana e per quei soldati sciaguratamente posti sotto il suo comando.

Un simile quadro presenta analogie impressionanti con la realtà attuale. Interessi economici, corruzione e mistificazione della realtà attraverso l’intero sistema di informazione.

Anche oggi a proposito della guerra in Ucraina e della sua prosecuzione sine die, sono schierati la stampa ed i politici di ogni orientamento politico. Anzi nel nome di quello sciagurato conflitto alle porte di casa nostra ogni differenza sembra essere scomparsa fra i diversi partiti di quello che un tempo era definito l’arco costituzionale. Un grigio conformismo ed una supina acquiescenza agli interessi americani ha preso il posto delle diverse versioni del mondo.

Anche oggi, come allora, l’unica voce che si sia levata a favore della pace è quella di papa Francesco ed anch’essa come lo fu quella di Benedetto XV è stata completamente ignorata.

L’interesse del Paese è divenuto irrilevante ed invece di ricercare una soluzione diplomatica alla crisi si insiste nell’imporre sanzioni alla Russia, pur constatando che tali sanzioni danneggino più noi che l’economia di Putin. La UE sembra non aver una propria visione ed è completamente piegata su quella di Washington. Essa ha rinunciato a ricoprire un ruolo autonomo e si lascia trascinare ignorando volutamente il fatto che gli interessi europei non coincidano affatto con quelli americani. Si continua a dar credito al presidente ucraino, un comico che ancora non riesce a comprendere la differenza tra la realtà e le fiction interpretate al tempo in cui faceva l’attore. Come un fantoccio manovrato dall’America continua a spingere verso una pericolosa escalation della guerra, incurante dei danni che il suo atteggiamento sta procurando, in primis, ai suoi connazionali. Non ci rimane che sperare in un soprassalto di dignità dei signori di Bruxelles oppure dei governanti dei diversi Paesi europei. Che si sveglino infine ed agiscano in base al ruolo che la realtà assegna a questa Europa per la sua storia, la sua economia e per il peso politico che non può più essere disgiunto da quello economico.

Come concludere? Con la locuzione latina “Spes ultima dea”? Non rimane che affidarci ad essa? Mala tempora currunt!

 

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