L’ Afghanistan e le Twin Towers, tra le poche parole di Sleepy Joe

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-di Pierre De Filippo-

Alle domande, tante, che gli sono state rivolte, Sleepy Joe – come sprezzantemente è stato definito il nuovo Presidente americano – ha risposto smozzicando qualche parola, piegando il capo quasi in lacrime, ritraendosi. Non in maniera chiara, vigorosa, precisa come pure la storia e la reputazione americana vorrebbero.

Biden è il quarto presidente a doversi occupare di Afghanistan, questo lontano e multietnico Paese, stretto tra la morsa del nazionalismo iraniano – che gli USA vorrebbero veder collassare – e di quello pakistano, altrettanto fervido e altrettanto pericoloso.

La guerra in Afghanistan ha una data ben precisa, della quale tra qualche settimana ricorrerà il ventennale: quell’11 settembre in cui, in una mattinata, le Twins Towers – come fossero fatte di plastica – vennero giù drammaticamente, lasciando il cuore di Manhattan ferito e piagato.

Una guerra, questa, che in tanti hanno ritenuto giusta, necessaria, quasi santa.

Sì, perché quella contro i talebani – gli studenti coranici – che detenevano il poter dal 1996 è parsa sin da subito una crociata, rivolta nei confronti di chi dell’Occidente voleva abbattere la cultura, la storia e lo spirito, avallando le folli idee distruttive di Osama bin Laden di Al-Qaida.

In principio fu George Bush e di colui il quale, secondo molto, operava nell’ombra: il Vice Presidente Dick Cheney, che promisero un categorico repulisti. Non sarebbero tornati indietro finché i talebani non fossero stati estromessi dal potere e finché i responsabili di quanto accaduto al Word Trade Center non fossero stati assicurati alla giustizia.

Kabul, Kandahar – dove risiedeva il Mullah Omar –, Jalalabad vennero attaccate e rastrellate.

Sempre più uomini, sempre più contingenti, sempre più Paesi coinvolti. I talebani perdono terreno, città e, di conseguenza, il potere, che passa nelle mani del pashtun Hamid Karzai, primo presidente eletto democraticamente.

Poi, il silenzio.

Quella in Afghanistan continua sul campo ma smette di essere raccontata; si sa che il contingente ONU è ancora lì, che la situazione è tesa ma, in fondo, c’è l’Iraq che reclama maggiore attenzione, c’è l’impiccagione di Saddam Hussein che fa il giro del mondo.

C’è, soprattutto, il 2 maggio 2011, la cattura e la morte di Osama bin Laden, rintracciato finalmente nella piccola cittadina pakistana di Abbottabad.

Barack Obama e Hillary Clinton chiudono un cerchio ed iniziano a parlare di ritirata, vincente è chiaro. Ci vorranno altri nove anni prima che, nel febbraio del 2020, il presidente Trump chiuda l’accordo definitivo – l’Accordo di Doha – col quale, praticamente, viene sancita la parola fine alla guerra in Afghanistan.

Peccato, però, che l’accordo non venga firmato col governo legittimo, con quel Ghani che, dal 2014, è subentrato a Karzai, ma con i talebani.

Peccato ancor di più che il governo legittimo al tavolo non sia proprio stato chiamato perché, come recentemente ha dichiarato Emma Bonino – che i talebani li ha conosciuti e loro hanno conosciuto lei – “un conto è dialogare con i talebani, altro conto è legittimarli”. Averli legittimati ha dato loro la stura e, cosa peggiore, ha tolto fiducia e forza alla democrazia afgana.

Si arriva così a Sleepy Joe, che sonnecchiando sonnecchiando, rischia davvero di passare alla storia per questa fuga spericolata e disorganizzata.

Una cosa, forse, l’abbiamo però capita: la democrazia non si può esportare, non è per tutti ed è giusto che non lo sia. Non lo è la Cina, che vive beatamente il suo comunismo di mercato; non lo è la Russia, che conosce solo oligarchi e grigi funzionari; non lo è, nei fatti, l’India, che cresce sia demograficamente, sia economicamente a tassi a due cifre. Non serve la democrazia per queste cose.

Noi che, però, l’abbiamo vediamo di conservarla perché, come diceva Churchill, “è la peggiore forma di governo all’infuori di tutte le altre”.

“Vice President Joe Biden visit to Israel March 2016” by U.S. Embassy Jerusalem is licensed under CC BY 2.0

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