Jannone:”Non ci sono isole felici, la criminalità sceglie dove vuole essere invisibile”

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-di Edoardo Sirignano- da spraynews.it

Angelo Jannone è un ex colonnello del ROS, autore del romanzo autobiografico “Un’Arma nel Cuore” (Intermedia Edizioni, prefazione di Roberto Pennisi, Procura Nazionale Antimafia), noto per aver comandato la compagnia carabinieri di Corleone dall’89 al 91 e per aver avviato con Giovanni Falcone le indagini sul patrimonio occulto di Totò Riina. A lui sono dedicate numerose pagine del libro “Totò Riina, la sua storia” di Pino Buongiorno (ed. Mondadori) che lo annovera tra i “cacciatori”, per aver aperto la via a Ultimo che nel 1993 ammanetterà il capo dei capi.

E’ anche, però, conosciuto per la sua storia di infiltrato tra i narcos, con il sequestro finale di 280 chilogrammi di cocaina di cui tratta il libro “una vita da infiltrato” di Giorgio Sturlese Tosi. Oggi è manager, scrittore e docente universitario. “Un’Arma nel cuore” ripercorre sotto forma di romanzo che appare come una sceneggiatura, la sua vita nell’Arma, ma anche la complessa vicenda Telecom che lo vide coinvolto per il controspionaggio italo-brasiliano, sino alla sua piena assoluzione nel 2016. Un libro pieno di inediti retroscena delle vicende più importanti della nostra storia recente.

Perché un’Arma nel Cuore?

«Parlare di romanzo autobiografico è improprio perché mi pongo come un osservatore per dare immagini e voci. Voci all’Arma vera, quella lontana dai palazzi, quella delle lunghe nottate a consumare caffè e sigarette, quella dei tanti eroi silenziosi che rendono grande l’Arma. Ma il significato del titolo è duplice: è il segno di ferite che mi hanno lasciato gli anni in cui ti ritrovi di colpo come nemico proprio quella Giustizia che hai servito con coraggio, nonostante il lieto fine».

Nella sua vita al centro la lotta alla malavita ed al malaffare. La politica esulta spesso per i risultati raggiunti, ma questa battaglia è stata davvero vinta?

«Lasciamo perdere il marketing politico. Se ne dobbiamo parlare seriamente possiamo dire che le nostre mafie tradizionali, Cosa Nostra o Ndrangheta, hanno solo cambiato pelle. Con la fine dei Corleonesi è finita la contrapposizione tra Stato e Antistato. Cosa Nostra ha smesso di uccidere imparando a proprie spese che la violenza non fa bene agli affari, ma ha soprattutto capito una cosa importante».

Quale?

«Ai nemici dello mafia non devi toglierli la vita, non devi farne eroi, ma devi toglierli la credibilità e l’onore. In Sicilia di dice “mascariare”. Ossia basta un po’ di fango e il gioco è fatto».

Come è cambiata la criminalità oggi? Esistono ancora isole felici?

«Oggi più che mai si muove dove ci sono i capitali e dove si producono capitali. La Ndrangheta ha una grande credibilità internazionale e interagisce con tutte le principali organizzazioni al mondo e muove fiumi di cocaina. I figli dei boss hanno studiato e sono inseriti nel mondo dell’alta finanza e sono capaci di accedere alle nuove tecnologie e agli enormi finanziamenti internazionali e locali. Senza considerare l’invasione delle mafie straniere: nigeriani, cinesi e nordafricani. Insomma non c’è ancora molto da esultare. No. Non esistono aree felici o incontaminate. Ma solo luoghi ove le organizzazioni hanno maggior interesse a essere invisibili».

Spesso in televisione abbiamo visto fiction su infiltrati. Questo lavoro è come descritto nel piccolo schermo?

«Leggendo il mio libro se ne possono comprendere meglio le difficoltà e i rischi. Senza enfasi o ipocrisie. Ciò che condiziona sono le regole e le procedure che generano più ansie dei rischi fisici, perché ti muovi sempre su un crinale pericoloso tra ciò che è consentito e ciò che non lo è. E giudicare dall’esterno o ex post è sempre più semplice».

Un tema che ha fatto discutere è stata la trattativa Stato-Mafia. Si aspettava l’assoluzione per De Donno e Mori, coloro che hanno contribuito all’arresto di Riina?

«Aspettiamo le motivazioni che spiegheranno se quello che di vero vi è stato costituisca o meno reato. Io non avevo dubbi: Mori e De Donno non hanno “trattato”, ma cercavano solo di indurre Ciancimino a collaborare con la giustizia in un momento storico drammatico. Quel processo nel primo grado è stato intriso di pregiudizi e mistificazioni, in cui si sono inseriti personaggi molto discutibili passati per credibili testimoni di giustizia».

Altro tema di attualità è trattato anche nel suo libro è la libertà di informazione. In particolare non passa inosservato il caso Angiolini dove quest’ultima avrebbe accusato Striscia la Notizia di aver spettacolarizzato una fase difficile della sua vita. Che idea si è fatto di questo tipo di vicende? «Non entro nello specifico della vicenda per la quale richiamo solo a un senso di maggior umanità e sensibilità professionale dei giornalisti che dovrebbero rispettare il dolore altrui, ma in generale credo che l’over flow di informazioni tenda a premiare la sintesi e abbia fatto venir meno la capacità di giudizio critico da parte dell’opinione pubblica, anche quella intellettualmente più attrezzata. Il mondo dei social e il rischio elevato di fake news, hanno fatto il resto. Soprattutto per i casi giudiziari ritengo che l’eccesso di spettacolarizzazione non aiuti e determini una pressione indebita sul giudizio oggettivo che compete ai magistrati. E più i casi sono eclatanti, più si rischia di alimentare tifoserie da stadio. La giustizia è maledettamente seria per essere gestita così».

Dopo un’Arma nel cuore, pensa di scrivere altri libri o magari si è messo in contatto con qualche regista per trasformarlo in un film? «Per il futuro si vedrà. Un produttore si è appassionato alla storia e so che ha già fatto realizzare una bozza di sceneggiatura, ma vedremo».

 

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