Italia post Covid-19, somiglieremo ai giapponesi?

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Le abitudini del Giappone e l’eredità del Covid-19- di Maria Gabriella Alfano-

Pioveva il giorno del mio arrivo a Tokyo alla fine di ottobre del 2019. Per chi come me era senza ombrello, c’erano quelli di colore bianco traslucido  disponibili nei negozi, nei musei, nei bar e nei ristoranti. Non occorreva riportarli indietro, mi dissero, bastava lasciarli in un altro luogo pubblico in modo che anche altri potessero servirsene.

Questo è solo uno degli esempi della cortesia del popolo giapponese. Tante persone, tra cui molti ragazzi, si sono prodigate per aiutarmi nella visita di questa megalopoli di circa 13 milioni di abitanti, a volte addirittura accompagnandomi alla meta.

La stessa gentilezza ho trovato negli uffici turistici, nelle stazioni, negli hotel. Ovunque mi salutavano con profondi inchini che nel Paese del Sol Levante sostituiscono le nostre strette di mano.

In Giappone i contatti fisici come baci e abbracci sono completamente assenti nei rapporti interpersonali.

Tokyo è una città cosmopolita dalle strade costantemente affollate, soprattutto nei quartieri dello shopping. Allo stesso tempo è raro vedere ingorghi: i flussi di persone e di mezzi sono puntualmente indicati dalla segnaletica orizzontale e verticale che è rispettata in modo rigoroso.

Tokyo affascina per la qualità urbana elevata, per gli spazi pubblici curati fino al minimo dettaglio, per l’efficienza dei servizi.

Una città dall’igiene costantemente “curata” da un numero enorme di addetti, che puliscono anche gli angoli più inaccessibili dello spazio urbano.

E’ vietato fumare in strada. Chi vuole farlo può fermarsi in uno dei corner all’aperto, attrezzati per i fumatori. Nelle strade non una cicca, né un pezzo di carta o altro rifiuto.

Visitando la città mi avevano colpito le tante persone con le mascherine davanti al naso e alla bocca. Avevo immaginato che lo facessero per difendersi dallo smog, ma la ragione era un’altra, come mi spiegarono. Soffiarsi il naso, starnutire o tossire in pubblico è considerato indice di cattiva educazione. Le mascherine sono un gesto di cortesia e di rispetto da parte di chi sente di poter costituire un rischio per gli altri.

Nei lunghi mesi del lockdown  e in questi ultimi giorni di riapertura degli esercizi commerciali che stanno applicando i protocolli governativi di sanificazione continua di clienti e merci, ho pensato più volte alle abitudini dei nipponici.

Ho ripensato al mio viaggio nella terra del Sol Levante quando, in piena pandemia, in famiglia abbiamo deciso di lasciare le scarpe all’esterno dell’appartamento, seguendo il consiglio dei medici, e di indossare la mascherina appena varcata la soglia di casa.

In Giappone più volte ho dovuto tenere a freno la voglia di stringere la mano a chi era stato gentile con me. Nei negozi di abbigliamento non sempre mi sono ricordata di lasciare le scarpe all’esterno della cabina di prova e di coprire i capelli con la cuffia monouso per rispettare i protocolli di igiene, nei ristoranti mi è capitato di sorridere tra me e me osservando i clienti  indossare mascherine perfino mentre consumavano i pasti.

Ho appreso, poi, che questa propensione dei giapponesi per la pulizia e per  l’igiene, già presente nella loro cultura millenaria, si sarebbe consolidata negli anni venti del secolo scorso quando una grave influenza causò la morte di migliaia di persone, superando in numero quello dei morti della prima guerra mondiale.

Un’eredità storica che ha attecchito in un popolo che pone al primo posto gli interessi della società e poi i suoi.

Accadrà la stessa cosa a noi, qui in occidente, quando saremo fuori dalla pandemia da Coronavirus? Si trasformeranno in abitudine i comportamenti imposti oggi dalle Autorità per evitare il contagio? Confesso che non so rispondere.

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