Israele e Palestina: un conflitto senza fine

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-di Pierre De Filippo-

Il mondo è pieno di conflitti, liti, provocazioni e ritorsioni ma a Israele e Palestina va attribuito un certo “premio” per la costanza, per la tenacia delle proprie posizioni, per la determinazione con la quale nessuno si impegna a mollare e nessuno riesce a conciliare due storie che, a ben guardare, avrebbero una loro naturale composizione: quella dei due Stati.

Dal 1948, da quando Ben Gurion “fondò” lo Stato d’Israele a seguito dell’addio del patrocinio inglese nella zona, la pace non è stata mai trovata, se non per rarissimi ed effimeri momenti e, soprattutto, la tensione ha continuato a rendere il Medio Oriente una delle zone nelle quali è più difficile vivere; nel 1956, la Crisi di Suez – che vide contrapposti inglese, francesi e israeliani ai vicini egiziani – segnò una rinnovata escalation di astio e terrore , rinfocolata nuovamente nel 1967, con la cosiddetta Guerra dei Sei giorni, per mezzo della quale il fronte israeliano accrebbe grandemente i propri territori. Lo Yom Kippur nel 1973 invertì i ruoli: l’Egitto attaccò e Israele si difese. Bene. Come sempre è avvenuto nella sua storia.

Poi, per due volte, si è cercata una pace, difficile, impegnativa ma necessaria: nel 1978, dinanzi al Presidente Carter a Camp David, l’egiziano al-Sadat e l’israeliano Begin si strinsero la mano sorridentemente; la seconda volta nel 1993, con gli Accordi di Oslo, quando a darsi la mano c’erano Yasser Arafat, leader dell’OLP, l’Organizzazione Mondiale per la Liberazione della Palestina, e Yitzhak Rabin, Primo Ministro israeliano, davanti ad un compiaciuto Bill Clinton.

Per due volte s’è cercata la pace e per due volte gli opposti estremismi hanno finito per disfare la faticosissima rete di Penelope: nel 1981, con l’uccisione di Sadat ad opera di un estremista egiziano e nel 1995 con la morte di Rabin per mano di un estremista israeliano.

Da allora, si è come imposta una sorta di cappa fatta di rassegnazione e tensione latente: gli scontri sono certamente diminuiti, hanno perso di intensità ma, come l’inverno, ciclicamente questo conflitto è come se necessitasse di essere alimentato, di assurgere nuovamente ai tristi onori delle cronache. La presidenza muscolare di Bibi Netanyahu e l’irrigidirsi delle posizioni di Hamas hanno fatto il resto.

Ma come si arriva ai fatti delle ultime ore?

A fine aprile, il governo di Gerusalemme ha ordinato l’esproprio delle case per 28 famiglie palestinesi nei quartieri di Sheikh Jarra e Silwain – pratica che si ripete, ormai, da oltre vent’anni – con lo scopo di frammentare il proprio tessuto sociale e impiantarci famiglie israeliane. Questa la miccia, alla quale ha fatto seguito l’escalation: razzi da Tel Aviv verso la Striscia di Gaza e viceversa, morti in entrambi gli schieramenti, tra i quali anche una decina di bambini.

Le immagini di Tel Aviv in fiamme sono già entrate nel drammatico reportage di questa guerra e faranno epoca ma le notizie positive latitano: nessuna delle due parti si è detta disponibile a concordare un “cessate il fuoco”. Ancora troppo presto. Ancora?

Dietro a tutto questo fondamentalismo, a questa esasperata ed esasperante ideologia pare, però, covare ancora la lunga ombra della realpolitik.

Partiamo da Israele: dopo quattro elezioni in due anni, che non gli hanno assicurato una netta maggioranza all’interno della Knesset – il Parlamento israeliano –, Bibi Netanyahu si è legato a Itamar Ben Gvir, leader del partito estremista Jewish Power, che qualche giorno fa ha marciato per “ripristinare il controllo ebraico sulla Porta di Damasco”, provocando una fitta sassaiola ed il ferimento di civili palestinesi e poliziotti israeliani. La necessità di strizzare l’occhio al suo alleato fa sì che il governo israeliano non potrà tirarsi indietro in questa battaglia.

Anche il fronte palestinese è però più diviso di quanto possa sembrare: le elezioni legislative e presidenziali – le prime dopo oltre quindici anni – erano state indette tra maggio e luglio ma, se questo clima di guerriglia non dovesse attenuarsi, con molta probabilità si andrà verso il rinvio o, addirittura, la cancellazione.

Perché ciò rileva? Perché, secondo le previsioni, Hamas – del cui carattere oltranzista abbiamo già parlato – dovrebbe ottenere una netta maggioranza contro i socialdemocratici e laici di al-Fatah, che hanno governato la Palestina per oltre cinquant’anni.

Conviene, dunque, sia a Netanyahu che ad al-Fatah attendere, mentre Hamas rivendica il suo diritto a legittimarsi come interlocutore istituzionale.

Le prospettive sono fosche, la nebbia – dei razzi e delle incomprensioni – non s’è diradata ancora. Speriamo che, anche in quelle martirizzate zone del pianeta, la nottata passi…

 

 

 

 

“Grafitti en la Barrera israelí de Cisjordania – Lado palestino” by Edgardo W. Olivera is licensed under CC BY 2.0

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