Intervista esclusiva a Hafez Haidar, scrittore libanese candidato al Premio Nobel per la Pace

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  di Denata Ndreca-

Il Libano è un incontro tra le civiltà, dall’inizio della sua storia. Io mi appello all’Unione Europea e al mondo di fare al più presto. Libano è un ponte culturale tra oriente e occidente. Non distruggiamolo! Sarebbe un atto criminale.

E’ questo l’appello del candidato al Premio Nobel all’Unione Europea.

È un uomo ancora innamorato della sua terra e della sua gente, Hafez Haidar. È un uomo che trasmette frequenze di pace con la sua voce e con le sue parole. Una voce che sta cercando di “spengere il fuoco” nelle case che bruciano ancora di povertà.

Hafez Haidar, candidato al Premio Nobel per La Pace (2017), scrittore e traduttore del grande poeta libanese Kahlil Gibran, è la voce di chi in quel porto di Beirut, saltato per aria, ha passato infinite giornate – da militare, e in quel fumo – vede altro.

Ma che cosa c’è dietro l’esplosione del 4 agosto?

Innanzitutto dell’esplosione avvenuta il 4 agosto, per molti inaspettatamente, in realtà io sollevo dei dubbi.Perché solo adesso hanno scoperto queste 2750 tonnellate di nitrato di ammonio nascosti nel porto al molo numero 12? A chi appartengono queste tonnellate? Quale nave ha portato queste tonnellate di esplosivi? Perché sono finite nel porto di Beirut? E a chi erano destinati? A quale paese erano destinati veramente? Qui sta la domanda. Quale era lo scopo finale? Io penso che tante domande possiamo fare e, ovviamente tante domande faranno adesso i giudici libanesi, coinvolgendo tutti i responsabili, i ministri dei governi dal 2013 al 2014 fino ad oggi, per interrogarli, ed altri alti funzionari. C’è in atto proprio un’inchiesta di stampo nazionale, allargata ai più alti vertici governativi. Non c’è da difendere nessuno, bisogna condannare il colpevole. Si cerca chi è stato il responsabile. Mi risulta che i funzionari del porto che sono comandanti della dogana libanese, avessero inviato una missiva, una relazione, chiedendo subito di intervenire per evacuare il porto di Beirut da queste tonnellate di esplosivi, perché, in caso di scoppio, come poi in effetti è avvenuto, avrebbero causato un grande danno per l’incolumità pubblica. Invece queste lettere sono finite nel mare del nulla. Nessuno dice di averle ricevute e ciò, significa che, c’è stato un disinteresse del governo. Come mai sono esplose in questo momento nel quale il Libano ha avuto una crisi economica, diciamo la peggiore dopo la guerra civile?

Il Libano è stato ricostruito con l’avvento di Al Hariri. Era il capo del governo libanese che ha fatto rialzare Beirut – tornata a diventare la Svizzera del Medio Oriente per un certo tempo. Eliminato. Non si sa bene per mano di chi. L’inchiesta è ancora in corso. Durato poco anche il governo del figlio, a settembre-ottobre è arrivato Diab, ma nulla è cambiato, perché l’inflazione e la crisi economica, sono diventanti una malattia. La carne, per esempio costava in Libano fino a due anni fa, 1200-1500 lire libanesi. Ora costa 70.000 lire libanesi. Il biberon per un bambino che costava 1000 lire libanesi, 2000 lire libanesi – adesso costa 70.000 lire libanesi.

Io mi ricordo, durante la guerra civile, ero nell’esercito libanese. Il Libano non aveva mai subito la fame, la disperazione. Le strutture sanitarie funzionavano, ovviamente con difficoltà, ma non come adesso.

Libano, è un paese in ginocchio adesso?

Si. Adesso, è un paese in ginocchio. Dopo la guerra civile, fratricida tra i libanesi ma, anche causata dal continuo conflitto arabo-israeliano e, soprattutto palestinese-israeliano, tanti stati hanno approfittato della situazione perché sperimentavano le loro bombe, le loro armi. La guerra era una fonte di guadagno. Armi che hanno avuto un prezzo alto per la mia gente. Il Libano ha pagato a causa della guerra civile che è scoppiata nel 1975 e terminata nel 1990, 120.000 morti, 200.000 feriti e quasi un milione di profughi.

– L’Europa e il suo ruolo. Quanto conta?

Abbiamo bisogno dell’Unione Europea più che mai, veramente. Il Libano rispecchia le tre civiltà antiche ed anche le tre religioni monoteistiche. E quindi è un peccato perderlo, è un atto criminale se viene ignorato. Libano è un ponte culturale tra oriente e occidente.Non distruggiamo questo ponte! Io mi appello all’Unione Europea e al mondo di fare al più presto, di mandare aiuti, perché al porto di Beirut, erano depositati la maggior parte dei viveri: grano, sale, zucchero.

Tutte le riserve sono state colpite?

Esatto. Tutte le riserve. Quindi abbiamo una perdita di 15 miliardi, oggi stimata dall’Autorità libanese. Novanta mila case distrutte o danneggiate ed in più altri 60.000 tra negozi e tra posti cambia valute o posti turistici sono stati colpiti. Il Libano è veramente in ginocchio, oggi più che mai.

-Siete riusciti a concretizzare un punto di raccolta di fondi, di viveri, in Italia, per poter parlare alle persone e far capire come possono intervenire, dove possono intervenire?

Per il momento, la via migliore, per chi vuole donare, è di contattare la Croce Rossa Italiana. Chi vuole aiutare, manda alla CRI con la causale “aiuti per il Libano” e loro sicuramente manderanno i soldi ad un ente sicuro. Hanno gli appoggi in Libano per sostenere le associazioni libanesi che meritano di essere aiutate.

Evitiamo di fare una campagna dove si vede finire i soldi nelle tasche di qualcuno! Stiamo creando un’associazione ma, per non perdere tempo, visto che c’è una necessità enorme ed immediata per la vita di tanti esseri umani, io consiglio di mandare alla CRI.

 

 

 

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